Cenzino e Guerico

Cenzino Caronia (nato ad Atripalda il1929) e Guerico Russo (Torre le Nocelle 1924) ci hanno lasciato il 7 febbraio.

Geometra uno, funzionario dell’Acquedotto Pugliese, ingegnere l’altro, libero professionista e docente. Erano assai diversi Vincenzo e Guerico: Vincenzo con la passione ed il carattere (spigoloso) del polemista, insieme all’inseparabile Giovanni -Angelo- Spina (scioccolillo) nel gruppo di Andrea De Vinco, Guerico con i toni disincantati e perfino surreali di un forrest gump, svagato e gentile, amico della prima ora di Nicola Mancino. Eppure, ognuno a modo suo, avevano partecipato intensamente alla vita pubblica, ed anzi erano stati ‘partigiani’ della lotta politica, tra sulliani e demitiani, che infiammò Atripalda e l’Irpinia negli anni ’60 ed oltre. Per la verità Guerico aveva vissuto anche la ‘grande’ politica attraverso il fraterno sodalizio con Vittorio de Caprariis, del quale aveva raccolto le ansie più profonde, confidente discreto e paziente. La sua testimonianza fu preziosa quando pubblicai un profilo di Vittorio. Ne fu felice e orgoglioso. Poco più di un  mese fa mi confessò che non trovava più il volumetto (peraltro esaurito da anni). gli promisi che avrei fatto il possibile per rintracciarne una copia. E l’avevo pure trovata. Non ho fatto in tempo a dargliela. 

Antonio Alviggi

Se n’è andato con la neve zi’Ntunino e la sua scomparsa, prematura, ma purtroppo non del tutto inattesa, non ha avuto -mi pare- adeguata risonanza pubblica. Antonio Alviggi aveva fatto  di una passione una  professione (e viceversa): raccoglitore di vetustà e memorie, salvava e ricollocava frammenti e pagine di storia irpina ed atripaldese. Collezionista curioso ed instancabile, aveva raccolto una ricchissima galleria di immagini e migliaia di cartoline illustrate di Atripalda (e non solo), antiche stampe, qualche vecchio dipinto, documenti, carte quasi sempre destinate al macero che ritrovavano una nuova vita e riannodavano il filo di antichi racconti. Dobbiamo a lui (ne parlo ora per la prima volta, perché se ne conservi memoria) il recupero di una intera cassa di documenti (cassa compresa, se non ricordo male) della famiglia Capozzi: documenti poi rifusi nella ricchissima donazione della nobile signora Cristina Di Marzo Capozzi (donazione che  oggi è la sezione di maggior pregio della nostra biblioteca comunale). Ci contattò timidamente, zi’Ntunino,  e formulò una richiesta simbolica (le spese), orgoglioso di poter contribuire al ‘racconto’ della storia cittadina. Di questo dobbiamo tutti essergli grati. La famiglia sarà sicuramente gelosa custode delle sue collezioni e delle sue carte: materiali eterogenei e forse alla rinfusa, dei quali quasi nessuno conosce la consistenza ed il valore. Formulo l’auspicio che questi documenti, attentamente esaminati, non vadano dispersi e possano essere (come quelli dell’archivio di Sabino Tomasetti), con modalità da definirsi, resi fruibili a ricercatori e studiosi. In memoria.

Ippolisto Parziale

(Atripalda 15 giugno 1921 – 9 luglio 2006)

Ippoliso Parziale è indelebilmente fissato nella mia memoria lontana come l’amico di zio Raffaele: un signore elegante e solare che si fermava spesso nella sartoria di famiglia (che era già stata di nonno Savino) a ricordare luoghi, personaggi e storie di Atripalda. Mi fu nota solo più tardi, da una confidenza di zio Raffaele (che me ne parlava come se mi svelasse un segreto) la passione di Ippolisto per il disegno e per l’acquerello; e negli anni seguenti fui io stesso testimone di quanto quella passione fosse pudicamente celata, autolimitata in un raffinato esercizio privato, noto solo a pochi e selezionati sodali.
Fosse, o no, una qualità innata, sicuramente la vocazione artistica di Ippolisto Parziale si manifestò assai precocemente, per alimentarsi ed irrobustirsi nello studio specialistico, alla Scuola d’arte di Napoli e poi alla Scuola d’arte di Avellino, dove si diplomò brillantemente nel 1938. Ma già da qualche anno Polistiello, il figlio di Rosina Libertino e di Giovanni, falegname-ebanista, con bottega a piazza Garibaldi, sott’ ‘a rovana, si cimentava negli “Agonali”, i concorsi promossi dal regime fascista per organizzare ed incoraggiare, nei vari settori, le potenzialità della gioventù. Si era classificato sesto con punti 80 su 100 negli Agonali dell’artigianato del 30 agosto 1936, indetti dall’Opera Naz. Balilla e primo negli Agonali dell’arte del 1938, organizzati dalla G.I.L. di Avellino: riconoscimenti che gli erano valsi anche un viaggio a Roma, che Ippolisto Parziale raccontava con divertita ironia. Troppa ufficialità, troppe camicie nere e gerarchi, troppe autorità, troppo tutto, per un ragazzo di provincia: l’emozione, complici forse le scarpe troppo… nuove, gli aveva giocato un brutto tiro e non gli era stato facile superare l’imprevisto ostacolo di una ripida, e troppo levigata, scalinata d’onore. Ippolisto si convinse che non era fatto per le parate e meno ancora per la guerra. Gli era sembrato naturale, perciò, nella imminenza della chiamata alle armi, nel 1940, iscriversi ad un concorso per disegnatore tecnico, indetto dall’industria aeronautica “Aer Macchi”. Lo aveva fatto, in verità, senza molte speranze (per quanto studiasse giorno e notte sui manuali che gli aveva fornito un omonimo zio ferroviere, Ippolisto). Lo superò, quel concorso (“…fu un miracolo…ringrazio Dio…”) e sin dal 1941 fu impiegato come disegnatore di componentistica militare alla “Saias” di Benevento (sempre meglio che partire per la Russia, ricordava con un lampo di inquietudine negli occhi, come era toccato ad Alfonso Armerini, Armando Rotondi e tanti altri). Un lavoro che svolse con scrupolo, meritando la fiducia e l’apprezzamento del responsabile tecnico Piero Pozzi. Ancora nel 1942 aveva partecipato ai prelittoriali del lavoro, promossi dal G.u.f. di Avellino, nella sezione dei “Pittori decoratori”, classificandosi primo ad Atripalda e secondo nella selezione provinciale.
Dopo la guerra ed il matrimonio con l’amata Fiorina Nazzaro, il 30 ottobre 1950, diede una decisa svolta alla sua vita, dedicandosi all’attività commerciale del suocero ed alla famiglia. Con chi lo ricordava artista, e con chi già lo aveva conosciuto commerciante, minimizzava e si schermiva: “Ma quale artista… Michelangelo, Raffaello…quelli erano artisti…”. Ma la passione, sopita e forse per qualche tempo rimossa, continuava a manifestarsi in una riservata pratica familiare. Lo testimoniano i ritratti alla moglie ed alle figlie, e i numerosi bozzetti di genere (volti di vecchi, scugnizzi, paesaggi), tutti realizzati ‘a memoria’, mentre si manteneva estraneo al fervore di iniziative promosse negli anni ’60 dall’amico giornalista Gerardo De Vinco (‘Ndindino), con la collaborazione di noti critici d’arte, come Carlo Barbieri e Pietro Girace.
Osservatore attento ed esperto, nella elegante cornice di palazzo Sessa e della Pagoda, Ippolisto misurava, con un cenno del capo o un’occhiata di intesa, qualità e ‘spessore’ delle opere in mostra, mentre si affacciavano alla ribalta cittadina i giovani (Carrarelli, Famoso, Luongo, Troisi) ed i giovanissimi (Di Gisi, Puopolo). E fu estraneo, successivamente, anche alle numerose iniziative artistiche della Pro Loco, negli anni ’70 e dell’assessorato ai Beni Culturali nei primi anni ’80.
Qualche suo disegno (scorci urbani, tipi e mestieri) cominciava a comparire, invece, sulle pagine del settimanale di don Gerardo Capaldo, “Il Ponte”. E con maggiore frequenza e sistematicità, dopo il terremoto del 1980, quasi per fissare il ricordo di luoghi che cambiavano volto, mentre sbiadivano figure e personaggi di una Atripalda in rapido, e talvolta disordinato, mutamento.
E così Ippolisto Parziale, poco a poco, si scopriva un delizioso narratore per immagini della sua gente e della sua terra, capace di evocare le suggestioni della sua fanciullezza, in densi ed incisivi ritratti dell’anima (‘veri’, come le immagini fotografiche che Raffaele Troncone aveva fissato con i lampi di magnesio sulle lastre fotografiche). I suoi schizzi, a matita, a penna, a carboncino, a sanguigna erano il frutto di un lungo ed appassionato esercizio sui grandi maestri del Rinascimento, ma avevano anche l’incisività e l’efficacia del ‘documento’, come le tavole di Achille Beltrame, o di Walter Molino.
La sua matita, nel marzo del 1989, illustrò i versi di Amerigo Bascetta (Pezzi di vita) e mai forse parole e immagini si rispecchiarono con altrettanta forza evocativa: ‘Na fenestella aperta dint’o vico, ‘O scupatore, Addio maestra. Ma fu nel 1990, per un volume di ricordi di Davide Gaeta, Un po’ del mio paese, che Parziale realizzava una prima, ampia, rassegna di personaggi e mestieri, feste di quartiere e tradizioni popolari, ampliata nel giugno del 1994 con altri disegni per un nuovo scritto di Gaeta, Viaggiando tra vecchi ricordi. è certamente singolare questo ‘incontro’ tra due coetanei, Davide Gaeta, figlio d’arte e critico piuttosto severo della scena artistica irpina, sin dalla fine degli anni ’50, ed Ippolisto Parziale, maestro d’arte schivo, mai recensito (perchè volontariamente lontano dalla ribalta) e che ritrovava una nuova dimensione espressiva attraverso le illustrazioni giornalistiche ed editoriali. A questo punto, però, Ippolisto non poteva più sottrarsi alle richieste di collaborazione ed alle insistenze degli amici: serenamente in pensione come ‘commerciante’, tornava al disegno e all’arte, ‘maestro’ riconosciuto e disponibile, generoso dispensatore di multipli, fotocopie alle quali aggiungeva un dettaglio, una sfumatura, una macchia i colore.
Poi venne la collaborazione al “Sabato”, il nuovo settimanale cittadino, ai libri di storie e di spigolature locali, di Sabino Tomasetti, fino alla illustrazione dei calendari del Vigili Urbani. Nell’ultimo, quello del 2006, Cronache di strada, con un pizzico di civetteria volle rappresentarsi all’opera, con matita e fogli, testimone del lento scorrere della vita cittadina.
Fu l’affettuosa insistenza della figlie a vincere la sua ritrosia: Rosanna lo aveva iscritto, a sua insaputa, ad una estemporanea a Rodano Millepini, profondo Nord, e Ippolisto, un po’ incuriosito e un po’ lusingato, si era lasciato convincere. Nel maggio del 2005 aveva raccolto matite e colori e a Milano aveva fatto la sua figura con un bel paesaggio.
Stava lavorando ad un ritratto di Pasqualina De Benedictis, la mitica zia Pasqualina, sacerdotessa della gastronomia irpina, forse voleva cimentarsi con la pittura ad olio… mentre alla sua vista, sempre più debole, svaniva anche la piazza che aveva più volte ‘raccontato’. Ma la scomparsa di Giovanni Nazzaro (dopo quella degli amici più cari, prima mio zio, poi Sabino Elia e poi tanti, troppi altri, fino al dolore, difficile da sopportare, per Fiorina che lo aveva lasciato) gli aveva procurato un nuova, amara sofferenza.
Le sue matite, i fogli bianchi, la conversazione coi gli amici, squarciavano ogni tanto il velo di malinconia che da qualche anno gli appannava la vita (“non ci vedo più tanto bene, ma ringrazio Dio”).
Disegnava ‘a memoria’, una memoria straordinaria e lucidissima, raccogliendo dentro di sè particolari e suggestioni che davano anima e vita ai suoi disegni, che per questo oggi sono ancora più preziosi.

è già un anno che Ippolisto Parziale non c’è più, ma lo sentiamo tuttora vivo, nel ricordo della sua simpatia umana e nei suoi disegni, che tracciano una singolare ed affascinante storia della nostra città. La pubblicazione di un catalogo delle sue opere e una documentazione nella pinacoteca civica, perciò, sarebbero non solo il giusto riconoscimento ad un artista, ma anche l’occasione, forse irripetibile, per fissare il ricordo di luoghi ed atmosfere, personaggi e colori nei quali vecchie e nuove generazioni della nostra Città possano riconoscersi, senza cesure, parte di una stessa storia.

Gennaro Maffeo

(Atripalda 22.6.1891 – 21.3.1950)

Figlio di Ferdinando Maffeo senior e di Fiorina Alvino, una famiglia benestante di commercianti all’ingrosso di alimentari alla strada fossi. Poco si conosce degli anni dell’adolescenza, nei quali si formò il suo carattere generoso e fiero. I primi documenti per ora disponibili lo mostrano, poco più che ventenne, in divisa nel deserto libico. Il Maffeo, infatti, partecipò alla guerra Italo-Turca come sergente del 20° reggimento fanteria; di stanza a Tobruk nel 1912, fu decorato di medaglia d’argento. Nell’aprile del 1913 gli amici del circolo “Unione Atripaldese ” gli resero omaggio con una elegante pergamena (“generoso figlio d’Irpinia, che sui campi libici combattè per la più grande Italia.”).
La morte dell’amato fratello Ferdinando, eroicamente caduto nei pressi di Gorizia, sul monte Sei Busi, spense i suoi giovanili ardori guerrieri, mentre maturava, a Napoli (dove il Maffeo, assunto nelle ferrovie, soggiornò tra il 1915 ed il 1917) una più definita coscienza sindacale e politica che lo avvicinò, attraverso il sindacato dei Ferrovieri, al partito Socialista. Proprio nel maggio del 1917 Gennaro Maffeo intensificava la sua militanza ed era fatto oggetto di intimidazioni e denunce. Trasferito alla stazione ferroviaria di Avellino, ben presto si segnalò come uno dei leader più accesi delle rivendicazioni operaie ed instancabile organizzatore della sezione atripaldese del Partito Socialista. Tuttavia l’educazione ed i modelli familiari, e poi anche il matrimonio con l’amata Feluccia (Raffaella Lapis), il 10 settembre del 1919 , orientarono il suo impegno politico verso un socialismo filantropico che fu il connotato più evidente della sua personalità pubblica.
Anche quando aderì al comunismo, infatti, ne evitò le manifestazioni più vistose e radicali, conservando, per esempio, rapporti di fraterna vicinanza ed amicizia con esponenti anche autorevoli della Chiesa cattolica (l’abate di Montevergine Don Ramiro Marconi, padre Beniamino Aversano, e più tardi con il giovane sacerdote Luigi Barbarito), e delle istituzioni, come il commissario, poi questore, Ettore Laurenzano.
Ferroviere macchinista, fu tra i promotori dello sciopero del 1920, una delle azioni più incisive della protesta operaia in Irpinia. Anche per questo fu scelto come delegato (l’unico di Avellino) al Congresso socialista di Livorno del gennaio 1921. Prese parte ai lavori a partire dal 15 gennaio (di questa sua esperienza ha lasciato testimonianza in alcune lettere alla moglie Raffaella Lapis), e sulla scia di Amedeo Bordiga, fu tra gli scissionisti che diedero vita al Partito Comunista d’Italia.
Tornato ad Atripalda, vi costituì la prima sezione del partito Comunista in Irpinia e fu attivissimo nell’opera di proselitismo in provincia, tanto che fu eletto primo segretario provinciale del partito. Sottoposto ad una stretta sorveglianza di polizia per la sua attività politica e sindacale, sin dal 1920, fu prima degradato ad operaio e poi licenziato dalle Ferrovie, insieme ad un altro atripaldese, l’anarchico Venanzio Bonazzi.
Risulta assai interessante il profilo approntato dalla Prefettura di Avellino il 9 marzo 1921:

Appartiene ad una famiglia benestante e di buona condotta morale e non così di quella politica. Giovane intelligente e dotato di sufficiente istruzione. [...] Ha nutrito sempre sentimenti i più sovversivi [...] si è manifestato acceso propagandista contro la guerra [...] uno degli elementi più fattivi della sezione socialista di Atripalda e poscia di essa il segretario. E quando l’idee socialistiche sposarono l’idee bolsceviche, vagheggiavano il comunismo ed esaltavano Lenin, il Maffei si rese un vero apostolo di questi nuovi principi e sino a tanto da dare all’unico figlio, avuto l’anno scorso, il nome di Lenin. Negli scioperi ferroviari si è dimostrato un propugnatore esimio, ed all’occasione anche violento contro chi non li effettuava e si mostrava contrario alla cancellazione del dritto del sciopero. E’ uno scarso lavoratore ed insubordinato e dai superiori è tenuto in pessimo concetto. [Fu] di questo deposito che nel febbraio u.s. sentì la necessità di partecipare al Congresso socialista di Livorno donde ritornò maggiormente infatuato dei sentimenti comunistici.
In complesso è un tipo capace di tutto per la propaganda dei suoi principi, pericoloso per l’ordine pubblico e degno di una continua vigilanza.

Il 20 giugno 1923 il Maffeo -come recita la prosa burocratica- fu “esonerato dall’impiego di operaio al Deposito ferroviario Macchine di Avellino”. Denunciato per i reati previsti dagli articoli 246, 247 e 251 del Codice Penale il 13 febbraio 1923, fu successivamente assolto “per non aver preso parte al fatto” dal giudice istruttore del Tribunale di Roma al quale la denuncia era stata trasmessa per competenza. Ma, ormai, Gennaro Maffeo aveva scelto una condotta più accorta e prudente che fu prontamente registrata dalla nota di prefettura del 28 luglio 1925. Vi si legge:

Da qualche tempo non frequenta sovversivi e cerca di confondersi con elementi fascisti, preferendo i ritrovi pubblici dove costoro sogliono trattenersi. Si è dato a stabile lavoro e non esplica alcuna attività politica. La sorveglianza continua.

Appare evidente una progressivo distacco dalla politica militante, anche se i frequenti spostamenti per motivi di lavoro tra la provincia irpina, Napoli e Benevento non fanno escludere del tutto la possibilità di contatti clandestini. In ogni caso, nonostante una serie di controlli ed anche di diffide e provvedimenti restrittivi, come le indagini sul fratello Alfredo , che il 1 marzo 1926 aveva richiesto il passaporto per Buenos Ayres (Alfredo, peraltro, era di sentimenti fascisti e partecipò volontario alla guerra di Spagna), oppure il ritiro di un abbonamento ferroviario rilasciato a Napoli il 1° marzo 1929, dall’agenzia Elefante-Mangili, alcuni anni più tardi, il 4 dicembre 1937, il suo nome fu definitivamente cancellato dall’elenco dei “sovversivi”.
Il Maffeo, pur non rinunziando alle sue idee, fu a poco a poco assorbito per ragioni di solidarietà personale, familiare e sociale, dall’apparato istituzionale locale che svolse anche un’efficace azione protettiva, ritardando per esempio la trasmissione di atti .
Si legga a tal proposito la nota del Prefetto Pietro Carini del 7 marzo 1928 ai solleciti del 16 novembre 1927 e del 18 e 28 febbraio 1928:

[...]Riservomi far tenere la di lui [Gennaro Maffeo] scheda d’identità in esito al dispaccio del 16 novembre scorso,n° 38611/S. Riservomi far tenere in restituzione il cartellino d’identità del medesimo, per il quale si tornerà a scrivere al Podestà di Atripalda [.?.]. Sul delicato argomento dei cartellini delle persone sospette in linea politica mi riserbo inviare dettagliata relazione, indicando le cause complesse che in massima vanno attribuite ai Comuni, che rendono un pò stentata la esatta e sollecita esecuzione delle disposizioni ministeriali.

La sorveglianza e le provocazioni non cessarono, ma le note di Prefettura segnalavano solo riservatezza e prudenza ed, in seguito, anche frequentazioni con ambienti legati al regime.
I rapporti di polizia documentano questa progressiva estraneità all’attività politica ed anzi dal 1932 al 193/ registrano attraverso significativi scarti semantici (dicembre 1932: “serba regolare condotta politica”; giugno 1934: “mostra apparentemente atteggiamento favorevole al Regime”; gennaio 1935: “mostra atteggiamento favorevole al Regime e non si accompagna ai sovversivi del luogo”; fino al 22 marzo 1937: “continua a serbare buona condotta politica e a professare idee favorevoli al Regime.” ) che prelude alla sua ‘riabilitazione’ ufficiale .
La storia di Maffeo, che fu tutt’altro che quella di un militante clandestino, fu esperienza comune a migliaia di antifascisti che, senza rinunziare alle loro idee, ostentarono un progressivo distacco dalla attività politica ed anzi cercarono di confondersi nelle pieghe di una innocua quotidianità, soprattutto per tenere al riparo la famiglia da discriminazioni e rappresaglie. I figli Nanduccio e Fiorina, erano inquadrati nelle organizzazioni del regime e partecipavano diligentemente a tutte le attività previste (adunate, cerimonie, saggi ginnici) mentre Gennaro non si rifiutava di contribuire, con derrate alimentari e contributi finanziari, alle pubbliche sottoscrizioni periodicamente promosse dalla sezione locale del PNF. Ma almeno la generosa donazione alla patria, durante la “campagna d’Etiopia”, della medaglia d’argento ottenuta per la guerra Italo-Turca, pare suggerire un’intenzione polemica verso le tanto pubblicizzate conquiste imperiali. E, in ogni caso, può celare la volontà di rompere definitivamente con un vissuto (la giovanile passione per la guerra, così ben documentata dalla lettera del colonnello Corrado) che il Maffeo sentiva ormai del tutto estraneo. Quanto fosse sincera la ‘conversione’ al fascismo di Gennaro Maffeo è tuttavia dimostrato se ce ne fosse bisogno- dalla immediatezza con cui furono ricostituite relazioni e solidarietà politiche, che lascia più di qualche dubbio sul fatto che si fossero realmente interrotte. Subito dopo la caduta del fascismo, infatti, il Maffeo riprese l’attività politica ricostituendo ad Atripalda un’agguerrita sezione comunista, alla quale avvicinò un vivace ed agguerrito gruppo di giovani, che si era già raccolto intorno a Nicola Adamo. Il 19 marzo 1944, nella sede di piazza del tempio Maggiore, un terraneo del palazzo Laurenzano, si tenne un’affollata assemblea per sollecitare adesioni al Corpo dei volontari della libertà, che il PCI tentava con scarso successo di promuovere nel Mezzogiorno ‘liberato’. All’assemblea, alla quale partecipò Pietro Ingrao , fu registrata una sola adesione, quella di Michele Di Benedetto, che partì volontario e partecipò alla guerra partigiana.
Autorevole riferimento della politica cittadina nel referendum istituzionale (vinto peraltro dai monarchici con oltre il 70% dei suffragi) e nelle elezioni del 1948, che resero ancora più aspro lo scontro politico negli affollati e sanguigni comizi nella Dogana e nelle piazze cittadine, Gennaro Maffeo scomparve prematuramente il 21 marzo 1950.
Fu accompagnato al camposanto con le bandiere rosse dai suoi compagni di fede, ma tutta Atripalda gli rese un commosso e sincero omaggio.

Famoso Antonio

Ha da poco compiuto settant’anni, un’età in cui solitamente si tracciano i bilanci; ma il tempo sembra indugiare per Antonio Famoso, quasi sorpreso dalla sua timida freschezza di ragazzo, che è la sua ‘maschera’ e la sua corazza.
Di poche parole, si illumina quando mi parla del padre Ciro, decoratore di soffitti ed interni ad Avellino negli anni ’40, intorno al quale ha cominciato a respirare ed impastare polveri e colori, gesso e creta.
Era stata la sua prima passione la creta, all’Istituto d’Arte di Napoli, materia antica e difficile, modellata con perizia e sensibilità raffinata: con un gusto per forme e volumi che si affacciava già nelle esercitazioni scolastiche. Nascevano così, alla fine degli anni ’50, i primi lavori originali che trasferivano sulla tela la passione per l’altorilievo e per la materia, protendendo verso l’osservatore cavità ed anfratti dai quali si affacciano Cristi e povericristi sofferenti.
Strutture metalliche, canapa, alabastrina, creta, colori, vernici realizzano, tra gli anni ’60 e gli anni ’70, singolari opere dal fascino inquieto che segnano un percorso artistico arduo, illuminato da lampi di genialità, e spesso naturalmente- incompreso.
Dal 1960 Famoso si muove lungo un ininterrotto itinerario di ricerca, sempre pronto, con giovanile e caparbio entusiasmo, a rimettersi in gioco, a misurare lo spazio, non sempre definito, tra la paziente ed orgogliosa opera dell’artigiano e la folgorazione istantanea e bruciante dell’artista.
Ed ora, dopo un’eclisse discreta ed operosa, si riaffaccia sulla scena della sua città, nell’elegante spazio espositivo della restaurata Dogana dei grani. Attraverso le 34 opere in mostra, che documentano la produzione e gli esiti degli anni appena trascorsi, sarà possibile tracciare un bilancio provvisorio, o almeno rimodularne e precisarne il profilo critico, che lo consegna ad un ruolo significativo, di dignitosa e coerente testimonianza, nell’arte in Irpinia dell’ultimo quarantennio.
Superata la convulsa stagione delle estemporanee (alimentata dalla travolgente, e talvolta disordinata, vitalità di Gerardo De Vinco) che lo impegnò in una personale rilettura del paesaggio, Antonio Famoso elaborava nuove soluzioni formali ed accostamenti cromatici originali ed accattivanti. Grazie alla sovrapposizione dei piani narrativi e spaziali, nelle sue opere, la realtà si veniva riplasmando e rimodellando, ora rivelandosi attraverso una delicata e commossa percezione onirica, ora accentuando una sorta di surreale ironia.
Spesso sulla tela, nei lavori degli ultimi anni, cala una lieve velatura dorata, che solca le superfici, quasi le screpola, rivelandone contenuti e bagliori imprevisti, mentre evoca il segno dolce-amaro che il tempo e la memoria lasciano nel cuore di ognuno.
Se La raccolta, Mietitura, Al circolo, Pellegrinaggio sembrano quasi scandire il ritmo della vita semplice della campagna e del borgo, in altri lavori (Natività, Bottega, INRI), invece, la figura si affaccia da architetture surreali, cornici ed ingranaggi, volute e lesene che mentre sembrano chiuderlo- dilatano lo spazio pittorico ed alludono a nuove trame di nuovi percorsi espressivi. Anche la tavolozza asseconda e sottolinea questa ricerca e, dagli impasti omogenei, dai caldi e pastosi colori di terra, fa esplodere -a tratti- lampi sorprendenti di turchesi ed ori e poi nuovamente si placa.
E’ un lieve punteggiare di bianco, ora, a segnare, negli ultimi lavori, paesaggi di terra e di mare e nature mai morte, dove il melograno si offre allo sguardo con la sua polpa feconda; sono luoghi e cose viste o evocate che ritornano alla memoria, quasi pacificandosi in atmosfere di serena e diffusa dolcezza.

padre Caporale Pasquale

(S. Sossio Baronia 21 gennaio 1920 – Atripalda 27 giugno 1982)

Figlio di Pasquale e Maria Grazia Fabiano, una famiglia semplice e di profondi sentimenti religiosi dell’entroterra irpino (il padre era falegname e la madre si dedicava alla numerosa prole) fu registrato in anagrafe con il nome Luca. Fu l’abate Procaccini, parroco di San Sossio, ad intuirne le qualità e ad incoraggiarlo negli studi, che il piccolo Luca intraprese con ferma volontà. Dopo i primi anni di studio a Paduli (dove manifestò anche una precoce passione per la poesia), frequentò gli studi ginnasiali e liceali (e quindi il noviziato) presso l’Ordine dei Minori Francescani della Provincia Sannito-Irpina, a Benevento, e fu ordinato sacerdote il 19 marzo 1943. Il successivo trasferimento a Roma, all’Antonianum, gli consentì di frequentare il Pontificio Istituto Biblico nel quale, tra il 1944 ed il 1947, affinò la sua vocazione alla ricerca. Dopo il diploma in Sacra Scrittura, conseguito presso la Facoltà Teologica, tornò a Benevento dove fu impegnato nella formazione culturale e spirituale dei giovani; dopo tre anni, tuttavia, fu inviato a Gerusalemme, ed in altre località della Terra Santa, per approfondire l’esegesi Biblica ed apprendervi la lingua ebraica. Al suo rientro, nel 1953, fu chiamato a svolgere incarichi di un certo rilievo nel governo della provincia francescana sannita, prima come segretario e poi come definitore. Nel 1968 fu nominato prefetto degli Studi e nel 1970 fu impegnato come docente di “Sacra Scrittura” nel Seminario diocesano di Salerno, ma svolse la sua opera di educatore anche nei seminari di Avellino e Benevento. Destinato, nel 1972 ad Atripalda, presso il Convento di San Giovanni Battista (più noto come di San Pasquale), resse l’antica sede conventuale, che ospitò per alcuni anni anche un corso liceale, con pochi intervalli fino alla morte. All’intensa attività pastorale (che portò alla istituzione di attivi ed impegnati “Gruppi del Vangelo”), affiancò un appassionato fervore di studi che si manifestava in dotte conversazioni su temi teologici, patristici, storici, ma che solo occasionalmente si tradusse in testi scritti. Tra l’altro va ricordato il suo impegno nella ricostituzione della biblioteca conventuale, in gran parte trasferita e dispersa nel corso degli anni, ed il suo contributo al rilancio degli studi storici ed archeologici in Atripalda (con una particolare attenzione alla numismatica). Significativo fu il suo contributo alla valorizzazione del sito archeologico di Abellinum, mentre vanno segnalati gli interventi sui beni artistici del convento Atripaldese. Fu, per esempio, tra i promotori nel 1978 del Centro di Studi Storici, presieduto da Vittorio Solimene (Atripalda 12/10/1927-11/06/2001) e collaborò alla realizzazione del documentario Atripalda: arte e storia del 1980. Il terremoto del 23 novembre 1980, che distrusse in gran parte l’antica fabbrica conventuale e la chiesa di San Pasquale, lo vide instancabile nell’opera di ricostruzione materiale e morale della comunità cittadina. Con profonda generosità e sentimenti di carità cristiana, alleviò per molti mesi le sofferenze di quanti avevano trovato un provvisorio alloggio in prossimità del convento, nelle aule di un edificio scolastico. I ritmi di lavoro ed i disagi materiali ai quali non si sottrasse, ne indebolirono la fibra e lo condussero prematuramente alla morte all’età di sessantadue anni.

Capaldo Mario

(Atripalda 17 aprile 1917 – Avellino 4 marzo 1995)

Dopo gli studi liceali ed universitari, presso la facoltà di Lettere dell’Ateneo napoletano, partecipò con il grado di tenente di complemento alla campagna di Russia, e fu successivamente deportato in Germania. Decorato con croce di guerra, si fece promotore, al suo rimpatrio, di una “Associazione di prigionieri e reduci”, della quale fu presidente. Impegnato nella vita pubblica nelle file della Democrazia Cristiana, svolse tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’70, una intensa attività pubblicistica sulla stampa irpina e si segnalò come incisivo polemista e commentatore politico, anche con lo pseudonimo-anagramma Cardiopalma. Tra l’altro, nel 1975, insieme a Ciro Vigorito ed Antonello Lenzi, riprese la pubblicazione del periodico “Cronache Irpine” sul quale si erano formati un gruppo di giovani (da Ciriaco De Mita, a Gerardo Bianco, Aristide Savignano, Biagio Agnes, Nicola Mancino, Antonio Aurigemma, ecc.) che nel giro di qualche anno tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’60, avrebbero rinnovato la classe politica irpina.
Fondatore della sezione provinciale dell’Acli, e dirigente della Cisl, svolse una intensa attività politica nelle file della Democrazia Cristiana, ricoprendo anche l’incarico di segretario provinciale del partito.
Dirigente dell’Inadel di Avellino, pubblicò nel 1974 un volume sulla “capacità” ed i poteri del dirigente pubblico, con una prefazione di Aristide Savignano. Svolse fino alla morte la funzione di amministratore della Curia vescovile di Avellino.

Antonio Capaldo

Antonio Capaldo ( Atripalda 26 settembre 1906 – 10 maggio 1978)

Terzo di cinque figli, Antonio nacque dal primo matrimonio di Pellegrino (un artigiano-imprenditore, titolare di una falegnameria) con Consiglia Piccolo (della nota famiglia di industriali molitori).
Morta la Piccolo, nel 1912, Pellegrino sposò due anni più tardi Livia Giovita Ciampa di Montefalcione, dalla quale ebbe tre figli, Mario, Giovanni e Immacolata.
Antonio (come i fratelli Sabino, Alfonso e Nicola) si dedicò in un primo tempo all’attività paterna, manifestando spiccate doti commerciali ed imprenditoriali che sviluppò anche nel settore vetrario. Dopo il matrimonio con Geppina Somma (Mercato Sanseverino 4 ottobre 1912 – Atripalda 16 giugno 1987) si trasferì per un breve periodo a Mercato Sanseverino dove si specializzò nel commercio di ferramenta e di vernici. Nel 1935, rientrato ad Atripalda, rilevò l’attività paterna e, grazie al sodalizio umano e professionale con la moglie Geppina, la sottopose ad una drastica riconversione, moltiplicandone i settori di intervento ed i contenuti tecnologici. I contatti, sempre più frequenti con la fiera campionaria di Milano, la specializzazione nelle forniture per l’edilizia, gli investimenti nella formazione realizzarono le condizioni perchè l’azienda potesse intercettare le enormi possibilità offerte dalla ricostruzione postbellica prima e dal rilancio dell’economia negli anni ’60.
Il carattere mite, la sostanziale estraneità ad ogni forma di impegno pubblico, la totale dedizione al lavoro ed il crescente prestigio imprenditoriale gli consentirono di evitare l’iscrizione al partito fascista ed ogni forma di coinvolgimento con il regime, mentre garantiva una diretta partecipazione e sostegno economico ad iniziative solidaristiche di ispirazione cattolica (fu, per esempio, priore della confraternita dell’Immacolata Concezione).
Questa militanza si tradusse nel 1944 nella organizzazione ad Atripalda di una delle prime sezioni irpine della Democrazia Cristiana, partito nel quale Antonio Capaldo svolse una azione incisiva e discreta, sostenendo prima Salvatore Scoca, Fiorentino Sullo e poi l’ascesa di Ciriaco De Mita. Non si appassionò mai, tuttavia, alla politica, per quanto eletto più volte Consigliere comunale di Atripalda e, nel 1970, nel corso di una delle ricorrenti crisi amministrative, fosse eletto anche Sindaco.
Assai più ampio fu il suo coinvolgimento nel secondo dopoguerra in attività gestionali di enti pubblici ed economici, società di servizi, ecc.
Socio fondatore della Società Filoviaria Irpinia, fu per alcuni anni, fino al 1955, nel consiglio di Amministrazione; fu componente della Giunta Camerale e poi anche presidente della Camera di Commercio di Avellino; socio fondatore della Banca Popolare dell’Irpinia e componente della commissione di sconto del Banco di Napoli, componente della Commissione pensionistica dell’INPS di Avellino. Nel 1962 si fece promotore, mentre si delineava una grave crisi del commercio atripaldese (una delle attività trainanti dell’economia cittadina) della prima associazione di Commercianti e ne fu eletto presidente.

Bello Vincenzo Maria

Vincenzo Maria Bello (Atripalda 1764 – 1830)

Figlio di Gaudioso ed Isabella Tozzi, si dedicò agli studi storici, continuando una consolidata tradizione di famiglia. Di lui si conserva un pamphlet polemico, redatto nel febbraio 1794 per correggere le inesattezze dell’Iter Venusinum di mons. Michelarcangelo Lupoli e rivendicare l’antichità e la nobiltà della terra di Atripalda. Il testo, fatto recapitare attraverso un amico comune al dotto arciprete di Rocca San Felice Santoli, offre informazioni che -per quanto appesantite dalla retorica- sono abbastanza interessanti anche perchè attingono ai manoscritti inediti di famiglia, quelli di Antonio e di Filippo Bello ed anche alla Dissertazione del canonico Sabino Barberio. Vincenzo Maria Bello riporta, tra l’altro, una lunga serie di uomini ‘illustri’, come Marcantonio Mariconda, “consigliere del supremo senato Napolitano”, e Cassiodoro Simeone “Primario Lettore nella Pubblica Università di Napoli”, che morì nel 1513 e fu sepolto in Montevergine.
Vincenzo Maria Bello fu più volte decurione ed eletto dell’Università. Nel 1794, durante la crisi che paralizzò il complesso sistema di cooptazione, che aveva assicurato il ricambio naturale della classe dirigente cittadina, fu nominato sindaco dal seniore Ippolisto de Laurentio, ma “non fu eletto per mancanza di voti affermativi”. Primo eletto nel settembre 1798 con il sindaco Vincenzo Maria Laurenzano, resse il decurionato nei primi giorni della restaurazione borbonica dal 4 all’11 giugno 1799, prima di passare la mano a Vincenzo Negri. Tornato sulla scena politica dopo la crisi del ’99, fu sindaco nel 1813-14.

Bello Filippo

(Atripalda 1664 – 1719)

Esponente di una delle famiglie più cospicue, attivamente impegnata, sin dalla fine del ’500, nella gestione pubblica e nell’amministrazione del patrimonio feudale dei Caracciolo, Filippo Bello è concordemente ritenuto una degli esponenti di maggior rilievo dell’erudizione storico-letteraria irpina nel XVIII secolo. Figlio di Antonio (1636 – ?), dottore in utroque iure e di Beatrice Capozzi, studiò filosofia a Napoli presso i Gesuiti, dove successivamente, seguendo le orme paterne, si laureò in diritto. Dopo aver esercitato per alcuni anni la professione forense nella quale riscosse largo e riconosciuto consenso (tra l’altro ebbe il favore di Eliseo Danza e Pietro Giannone), si dedicò all’amministrazione pubblica, prima come Governatore nel Molise e poi come amministratore di giustizia. La morte del padre gli impose il ritorno ad Atripalda, dove si impegnò prevalentemente nella cura delle rendite di famiglia senza trascurare gli studi storico-letterari, che avevano appassionato anche il padre Antonio, autore di opere inedite (sui privilegi municipali e sugli uomini illustri, del 1670). Autore di opere di diritto (Commentarij sulla legge romana), di una Vita di San Sabino (che egli identificava con un omonimo vescovo di Canosa, che sarebbe morto ad Atripalda) ed, in aspra polemica con Scipione Bellabona, di una Istoria del Tripaldo (opera manoscritta del 1716 nota al Mommsen), tutte purtroppo perdute. Di lui furono pubblicati, invece, alcuni componimenti poetici composti in occasione della nascita di Marino Francesco Caracciolo, primogenito del Duca Francesco Marino e di Giulia D’Avalos.
I versi, (un’espressione musicale e lieve della stagione poetica d’Arcadia, fiorita proprio grazie al mecenatismo dei Caracciolo nel palazzo ducale di Atripalda) furono stampati in Napoli nel 1714, presso Paolo Severino. Essi facevano parte di una raccolta di Rime di Andrea, Tommaso e Fabrizio Marena, Giuseppe de Rito, Domenico Andrea De Milo, Francesco e Mattia Di Donato, Sivestro Homodei, Domenico Belli, Aniello Antonio e Niccolò Del Re, dell’arciprete della collegiata di S. Ippolisto D. Giuseppe Rubino, del sindaco di Atripalda Barone Marcantonio Bello, Niccolò Rapolla, Niccolò Antonio e Pasquale D’Angioni.

Amerigo Bascetta

(Pietrastornina 1902 – Avellino 1995)

Dopo gli studi superiori ad Avellino, sente la vocazione per il teatro e nel 1925 esordisce come attore di varietà al “Trianon” di Napoli. Alcuni mesi più tardi, con un contratto teatrale, espatria a New York (Brooklyn) dove il fratello, già introdotto nell’ambiente teatrale e cinematografico, ne sostiene la vocazione. Dal 1925 al 1930 si esibisce all’ “Olimpia” di New York con altri giovani attori italiani destinati a più brillanti carriere artistiche, come Nino Taranto. Sempre in America pubblica su “La follia di New York” i suoi primi testi poetici in dialetto napoletano. Tornato in Italia dopo il 1930, si trasferisce in cerca di lavoro a Tripoli dove, fino al 1944, è impiegato presso i magazzini della Banca d’Italia. A Tripoli, durante i primi anni di guerra, collabora alla programmazione radiofonica dell’EIAR ed allestisce spettacoli per le truppe italiane. Tornato ad Avellino nel 1944, si impiega nel Consorzio agrario e più tardi ne dirige la filiale di Atripalda fino al 1962. Negli anni ’80 collabora con il settimanale cattolico “Il Ponte”, sul quale pubblica numerose poesie in lingua ed in vernacolo, poi raccolte in volume. Osservatore acuto e vivacissimo di costume, Amerigo Bascetta interpreta con esiti piacevoli ed incisivi, una tradizione, anche Irpina, di poesia dialettale facile e briosa, talvolta nostalgicamente ripiegata sul passato.

Sabino Barberio

(Atripalda, 24 dicembre 1704 – 22 aprile 1787)

Figlio di un Angelo di Serra Capriola e di Beatrice Curto, nacque ad Atripalda il 24 dicembre 1704 e fu tenuto a battesimo dal dottor fisico Luigi Cennamo, il nonno di Aniello Cennamo, che ebbe parte cospicua nella vita economica e politica di Atripalda alla fine del ’700. Nel gennaio del 1736 il “magnifico” Lorenzo d’Aversa gli costituì una dote ecclesiastica di annui ducati 7. Nel giro di qualche anno, tuttavia, a riprova delle sue buone doti di cultura e della possibilità, non rara per quanto infrequente, di una lenta ma costante ascesa sociale, fu nominato parroco di Montefredane e protonotario apostolico. Il vescovo mons. Latilla, che lo teneva in alta considerazione, se ne servì sovente come convisitatore della diocesi, facendogli altresì concedere il beneficio di S. Caterina nella Collegiata di Foggia. Fu infine accolto nel Reverendo Capitolo della Collegiata di S. Ippolisto, formato da 19 canonici, che amministrava rendite cospicue e rappresentava una ulteriore proiezione del potere di alcune primarie famiglie cittadine. Sostenuto dall’arciprete Giuseppe Bellabona, accumulò infatti un piccolo, ma significativo patrimonio, grazie al quale potè provvedere al fratello Crescenzo (che inviò a Napoli da Tommaso Franet per farli apprendere l’arte del sartore, e alla sorella Rosa, per la quale costituì una dote di 450 ducati e che andò in sposa al magnifico Nicola Tozzi.
Il Barbiero (che aveva latinizzato il cognome in Barberio alcuni anni prima della pubblicazione della sua Dissertazione) si dedicò all’insegnamento e alla formazione dei giovani, attività che, insieme alla fondazione della Congregazione laicale di Maria Immacolata, volle ricordare tra i suoi impegni più cospicui, nel congedo della Disertazione. Ma la sua gloria locale fu esaltata dalla ricerca storica, per quanto condotta senza metodo critico e sviluppata lungo la violenta polemica che da alcuni secoli contrapponeva il clero avellinese a quello di Atripalda. La pubblicazione della farraginosa ma fortunata Disertatione critico-storica del Tripaldo, che ebbe due edizioni vivente l’autore (nel 1778 e nel 1780, oltre due ottocentesche) e che per oltre un secolo fu considerata storia “ufficiale” della città e di S. Sabino, lo consacrò, per almeno un secolo (fino agli studi di Gennaro Aspreno Galante e poi di Leopoldo Cassese) come storico ufficiale del Capitolo di S. Ippolisto. Della sua opera si giovò il Mommsen che potè utilizzarne un esemplare (conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli) chiosato da mano antica ed esperta e arricchito di altre iscrizioni.
Il Barberio, come si legge nel registro dei morti della parrocchia di S. Ippolisto, si spense il 22 aprile 1787, di ritorno da Napoli, colpito da moto apopletico dentro del galesso.

Aquino Raffaele

(Atripalda 1917 – 1987)

Ordinato sacerdote dopo nel luglio del 1941 dal vescovo di Avellino mons. Guido Luigi Bentivoglio, l’anno successivo fu nominato parroco della parrocchia di S. Giacomo in Prata Principato Ultra. Due anni dopo, nell’aprile del 1944, gli anni difficili della presenza delle truppe angloamericane, gli fu assegnata la responsabilità dell’insigne Collegiata di S. Ippolisto Martire di Atripalda. Assistente provinciale delle ACLI dal 1945 al 1970, consulente ecclesiastico dei Coltivatori diretti dal 1948 al 1972, consulente provinciale del CIF dal 1968 al 1976 ed infine vicario per la Forania di Atripalda (comprendente le parrocchie di Aiello, Tavernola, Cesinali, Atripalda, S.Stefano, Manocalzati, San Barbato, Serra di Pratola) dal 1957 al 1980, fu attivamente impegnato oltre che sul versante pastorale ed ecclesiale, anche su quello sociale e politico. Dal 30 agosto al 6 settembre del 1964 promosse la celebrazione di un imponente Congresso Eucaristico che, inaugurato dall’Arcivescovo metropolita di Benevento, mons. Raffaele Calabria, fu concluso da un solenne pontificale del cardinale Giuseppe Ferretto. Nel 1965 fu nominato da Paolo VI Cameriere Segreto Soprannumerario. Animatore dei gruppi catechistici e sostenitore dei gruppi di Azione Cattolica, favorì i contatti con gli atripaldesi nel mondo, dei quali ravvivò i legami di devozione e di fede con i Santi Martiri ed il patrono San Sabino. Dopo i drammatici eventi del terremoto del 23 novembre 1980, che pur senza fare vittime danneggiò gravemente buona parte del patrimonio edilizio e tutti i luoghi di culto di Atripalda, si impegnò con ogni energia nel sostegno morale e materiale della comunità.

Anzuoni Raffaele

(Serino 20 aprile 1904 – Atripalda 1 febbraio 1970)

Da Domenico e Laura De Dominicis.
Frequentò prima il Convitto Nazionale di Avellino “Pietro Colletta” e quindi si trasferì per gli studi ginnasiali e liceali a Roma presso il Collegio Militare di via della Lungara, dove ebbe come compagno di corso Umberto di Savoia. Sempre a Roma si laureò in giurisprudenza il 13 luglio 1926.
Il 19 novembre 1932 sposò Nelly, l’unica figlia del notaio atripaldese Sabino Mottola, e si trasferì ad Atripalda nella casa che era appartenuta ai Rapolla. Qui, negli anni del fascismo, visse appartato, dedicandosi esclusivamente all’attività professionale, come avvocato civilista iscritto all’albo del Foro di Avellino.
Dopo l’armistizio, partecipò alla vita pubblica, come componente di area liberale del CNL e fu nominato dagli americani Commissario civile al comune di Serino. Fu candidato al senato nel collegio di Avellino nella elezione del 18 aprile 1948 per il PLI, ma non risultò eletto.
Successivamente fu nominato Presidente del Partito Liberale in Irpinia e nel maggio del 1952 fu eletto consigliere provinciale nel Collegio Serino-Solofra-Montoro. Eletto nella giunta provinciale, fu assessore al personale dal 1952 al 1956 contribuendo alla definizione della pianta organica.
Tra i soci fondatori della Società Filoviaria irpina nel 1947, ne fu a lungo amministratore, prima come sindaco dal 23.5,48 al 30.4.52 e quindi come componente del consiglio di ammnistrazione dal 22.5.55 al 30.4.58.
Ricoprì la carica di Commissario dell’ECA di Atripalda e di Presidente del Patronato Scolastico della stessa città. Con decreto del 27 dicembre 1960 gli fu conferita la nomina di Ufficiale della Repubblica e cinque anni più tardi fu nominato Commendatore della Repubblica.

Angiuoni Sabino

(Atripalda 1916 – Tobruc 1941)

Impegnato con il suo reparto sul fronte libico, durante il secondo conflitto mondiale, cadde eroicamente a Tobruc, appena venticinquenne. Gli fu conferita la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione:
“Capo pezzo anticarro instancabile coi propri serventi dava ripetute prove di ardore combattivo. Ferito gravemente nel corso di un attacco nemico chiedeva di restare presso la sua arma e continuava ad incitare gli uomini alla lotta fino a quando l’avversario veniva ricacciato. Ricoverato in ospedale già con gli arti paralizzati rivolgeva il pensiero alla Patria vittoriosa incurante delle sue condizioni. Bell’esempio di attaccamento al dovere.”
I suoi resti mortali furono traslati ad Atripalda nell’ottobre del 1972.

Alvino Sebastiano

( Atripalda, 9/7/1764 – Napoli, 13/2/1817)

Decurione ed eletto prima del ’99, partecipò attivamente agli eventi rivoluzionari di Atripalda. Nel febbraio del 1799, quando il canonico Domenico Cammarota (fratello di Giuseppe) fu nominato Commissario del Cantone di Avellino, fu chiamato a ricoprire il ruolo di segretario e si trasferì nella vicina città di Avellino per esercitare la sua carica. Decurione ed eletto almeno fino al 1807, Sebastiano Alvino fu arruolato come sergente del reggimento veterano. Morì nell’ospedale militare di Napoli “La Trinità” nel 1817.

Adamo Nicola

Nicola Adamo (Atripalda 1928 -1980)

Figlio di un ferroviere socialista Luigi, Nicola Adamo si era affacciato giovanissimo all’impegno politico, intorno a Venanzio Bonazzi (un collega del padre, di sentimenti anarchici, che aveva partecipato allo sciopero dei ferrovieri di Avellino il 20 gennaio 1920 e che, rimosso dopo l’avvento del fascismo, aveva aperto una piccola attività di legatore ed animava una sezione del Don Basilio) ed a Ferdinando Maffeo, uno dei fondatori a Livorno, nel 1921, del Partito Comunista. Nel 1945 si iscrisse al Fronte della Gioventù e poco dopo ne divenne dirigente provinciale, svolgendo una intensa azione di proselitismo tra i giovani di Atripalda, che lo impose in breve tempo nella vita politica cittadina. Conseguito il diploma di geometra e l’abilitazione alla professione, sviluppò la sua azione sul piano professionale e politico, con straordinaria duttilità e ferma determinazione che gli valse – in anni in cui lo scontro politico era particolarmente lacerante – il rispetto anche degli avversari politici, segnalandolo per uno ‘stile’ personale, che avrebbe fatto ‘scuola’.
Come segretario della sezione del PCI di Atripalda, aggregò intorno a sè gruppi consistenti del ceto popolare ed operaio e costituì, con l’avvocato Carlo Tozzi, la lista del ‘Blocco Popolare’ (un’inedita alleanza tra esponenti del ceto politico liberale prefascista e fascista, del partito comunista e di frange socialiste) che nel 1952 conquistò l’amministrazione comunale di Atripalda. Eletto consigliere nel 1952, carica che mantenne fino alla morte, fu assessore ai lavori pubblici e vicesindaco nelle amministrazioni guidate da Carlo Tozzi e, quando il ‘Blocco’ fu sconfitto dalla Democrazia Cristiana capeggiata da Domenico Piscopo, fu capogruppo consiliare di opposizione. Di fatto, tra il ’52 ed il ’66, fu il vero leader della politica cittadina, in prima fila anche nelle lotte sindacali alla fabbrica di Laterizi Berardino ed alla Società filoviaria Irpina. Questo impegno gli valse, già nel 1960, l’elezione al Consiglio Provinciale (per il Collegio di Atripalda) e lo proiettò sul proscenio provinciale come capogruppo consiliare nel parlamentino irpino, carica che mantenne fino al 1976.
Entrato a far parte del direttivo provinciale e della Segreteria della federazione e, successivamente, del Comitato Regionale comunista, fu chiamato a presiedere la Commissione di Controllo della Federazione Comunista Irpina. Eletto nella Direzione nazionale della “Lega per le autonomie ed i poteri locali”, partecipò ai principali appuntamenti congressuali con apprezzati interventi e relazioni sul quadro normativo delle autonomie e sulla legislazione economico-finanziaria per lo sviluppo del Mezzogiorno. Candidato al parlamento nella lista del PCI, nelle elezioni del 20 giugno 1976, fu eletto deputato per la circoscrizione di Avellino-Benevento-Salerno con 43.765 voti di preferenza. Nel corso della VII legislatura, entrò a far parte della Commissione parlamentare ai lavori pubblici intervenendo sulle questioni spinose dell’assetto idogeologico del territorio irpino, del lavoro e della gracile industrializzazione del Mezzogiorno. Rivendicò, nei numerosi interventi in Commissione ed in aula e nelle interrogazioni parlamentari, il rispetto dei diritti sindacali, l’applicazione dello statuto dei lavoratori, la dignità del lavoro contro ogni forma di sopruso. Rieletto deputato il 3 giugno 1979, sembrava proiettato verso più prestigiosi traguardi politici, nonostante all’interno del PCI si andasse ridisegnando la mappa delle alleanze con esiti difficilmente prevedibili.
Fu stroncato da un terribile incidente stradale.

Gerardo De Vinco: un testimone ‘scomodo’

Gerardo De Vinco se ne andò in un freddo gennaio del 1977, non aveva ancora cinquant’anni, ma aveva già fatto molto parlare di sè. Era nato ad Atripalda il 27 novembre 1929, da Ippolisto (Atripalda 1892-1955) ed Elisa Mele. Il padre era un commerciante di cappelli, con la passione per l’opera che aveva coltivato nella claque al Metropolitan di New York (dove, quasi un secolo più tardi, approda la nipote pianista Antonella).
Ippolisto era tornato dall’America, alla fine degli anni Venti, un po’ più ricco di quando era partito ed aveva potuto offrire ai figli, insieme agli studi, anche una dignitosa collocazione sociale. Gerardo, ‘ndindino, come lo avrebbero chiamato da subito in casa e fuori, aveva frequentato il liceo ‘Colletta’, ma poi si era diplomato, per necessità, all’Istituto Magistrale di Avellino, e sognava di fare il giornalista. Andrea, invece, si avviava ad una brillante carriera forense e si affacciava alla vita politica (dopo una fugace infatuazione monarchica) con Fiorentino Sullo.
Troppo giovane per essere compromesso con il fascismo, Gerardo, coetaneo di Alfredo Bonazzi, aveva vissuto da ‘avanguardista’ gli anni della guerra, ed era stato testimone delle devastazioni e dei lutti che non avevano risparmiato Atripalda, dopo l’8 settembre. Ed alcuni anni più tardi aveva ascoltato il racconto dei reduci: Alfonso Armerini e Armando Rotondi (che erano miracolosamente tornati incolumi dalla disfatta dell’Armir), Sabino Alvino, Antonio Alviggi, Vincenzo Foschi, che erano scampati ai campi nazisti; e aveva visto accompagnare al camposanto il tenente Nino Sparavigna: quanto bastava per rifiutare la tragedia e l’orrore della guerra.
Poco più che ventenne aveva esordito nel giornalismo ed era rapidamente approdato al “Corriere dell’Irpinia”, il settimanale più prestigioso di Avellino. Fondato da Guido Dorso, nel gennaio del 1923, passato indenne attraverso il fascismo (del quale fu per oltre dieci anni la voce ufficiale), con la liquefazione del regime il settimanale aveva sostenuto l’ascesa della Democrazia Cristiana, prima con la direzione di Alfonso Carpentieri, e poi con Angelo Scalpati. In questo contesto, sin dai primi anni ’50, Gerardo De Vinco aveva trovato la possibilità di manifestare le sue doti spiccate di osservatore di costume e la sua passione politica.
Un giovane maestro, come tanti altri della sua generazione, colto e irrequieto, una fucina di passione politica e di iniziative, innamorato della sua Città e della terra irpina.
Uno dei suoi primi articoli, del 9 novembre 1951, raccontava Atripalda nel giorno di fiera: “Tutta l’Irpinia vi si riversa, come in un immenso sistema vascolare, e una folla ansimante brulica dappertutto [...]“: sono venditori, contadini, curiosi, ed anche “spasimanti che, a volte, si danno convegno nella piccola capitale Irpina per concludere e risolvere i vari approcci amorosi”. Pagine ancora acerbe, ma nelle quali già si poteva percepire la vocazione del censore e del polemista, che si sarebbe affinata negli interventi, a firma Ginepro (sul “Corriere”) e poi Calandrino, su “La Libertà Irpino-Sannita”, alla pluriennale collaborazione al “Mattino” e alla “Tribuna dell’Irpinia” di Pasquale Grasso, al “Ponte” di don Gerardo Capaldo. Il 6 maggio 1961 scriveva sul “Corriere dell’Irpinia”: “è trascorso un po’ di tempo da quando Ginepro si concedette un breve periodo di pausa per indi continuare la sua lotta leale, onesta e soprattutto basata sul sacrosanto diritto di cronaca”. Insieme alla cronaca, mai neutrale, nelle sue corrispondenze e nei suoi interventi da ‘Babilonia’ [Atripalda] distillava cronaca ed umori sulfurei, impugnando la penna come una spada. Epiche le sue campagne di stampa contro l’amministrazione Tozzi, pronto a sfidare chiunque in nome della ‘verità‘: “nulla temiamo e siamo disposti a controbattere con prove [...] Atripalda e gli Atripaldesi sappiano attendere perchè l’ora del redde rationem non tarderà a venire.”
Giornalista ‘partigiano’, senza camuffamenti e a viso aperto, contraddiceva con la parola affilata e l’ironia tagliente l’aspetto un po’ pacioso, e forse si compiaceva di sorprendere l’occasionale, e spesso ignaro, interlocutore. Al punto da confessare, nello squarcio autobiografico di una cronaca politica del 1974, “Il nostro carattere ribelle e protestatario (sempre per amore di giustizia s’intende!) ci porta molte volte ad essere critici nei riguardi di fatti e persone”, quasi per scusarsi con i lettori, se in quel caso avrebbe ‘graffiato’ meno del solito.
Informato, curioso, allusivo, affrontava sfide solitarie sui temi che gli infiammavano il cuore: Atripalda, la sua identità e la sua storia; la politica, vissuta e raccontata con la stessa veemente passione, contro avversari interni ed esterni alla D.C.; la scuola. Centinaia di cronache, commenti, note biografiche, testi vivacissimi e caustici, che dalla più diffusa ed autorevole tribuna de “Il Mattino” tuonavano contro l’abbandono di Abellinum, le aule scolastiche fredde e malsane, i ‘maneggi’ e i ‘maneggioni’ della politica, o per sostenere generosamente le improvvise fiammate del mondo giovanile (nel Circolo Guido Dorso, San Pio X, o nel Don Luigi Sturzo), e ricordare i ‘maestri’ Leopoldo Cassese, Vittorio de Caprariis e, con particolare commozione, Olindo Di Popolo.
Le sue corrispondenze, disperse nelle pagine dei periodici irpini, conservano ancora -pure sotto la spessa patina del tempo- freschezza ed energia, al pari delle sue iniziative, come maestro di scuola ed organizzatore di eventi culturali. Nel 1964, con gli alunni della scuola ‘rurale’ di Cerzete, Gerardo De Vinco aveva promosso la lettura del Diario di Anna Frank e il 24 maggio, Otto Frank aveva risposto ad una lettera che gli avevano inviato: “Caro signor Gerardo, cari giovani amici [...] Sono rimasto profondamente toccato da quanto voi avete scritto e dal vostro amore per Anna. Spero che il suo “Diario” vi induca a lottare contro l’ingiustizia e la discriminazione nel mondo in cui viviamo. Voi sapete certamente che ancora oggi esiste la persecuzione a causa della razza o della religione. [...]“. Nel 1967 inaugurava (nella splendida cornice di palazzo Sessa) il “I Concorso di pittura estemporanea-Città di Atripalda”, intorno al quale seppe catalizzare l’attenzione della stampa specialistica, coinvolgendo esponenti di primo piano della pittura in Campania ed alcuni noti critici d’arte, come Carlo Barbieri e Piero Girace. Proprio alla memoria di Piero Girace, aveva voluto intitolare il concorso, dopo la sua prematura scomparsa. Attraverso le sue ‘estemporanee’, ed anche attraverso recensioni e profili d’artisti, ‘Ndindino alimentò un dibattito critico ed embrionali forme di collezionismo, di cui beneficiarono, innanzitutto, gli artisti atripaldesi (che cominciarono a trovare una vetrina ed un ‘mercato’ per la loro produzione), ed il gusto artistico tout court, che potè misurarsi con esperienze già consolidate. Questa fioritura di attività e questi fermenti culturali ed artistici (pure volendo prescindere da ogni giudizio di valore) non sarebbero stati possibili senza la sua azione solitaria e tenace.

Per questo Gerardo De Vinco, oltre che alla sua famiglia, appartiene alla storia di Atripalda e dell’Irpinia.
(Con l’auspicio che tutti quelli che si sentono custodi della memoria storica della nostra terra-ed in primo luogo quanti si occupano di comunicazione ed informazione- possano, con qualche opportuna iniziativa, onorare la passione civile di uno ‘scomodo’ giornalista di provincia, nel trentesimo anniversario della sua scomparsa.)

Nicola Elia

Se n’è andato stamattina, stroncato appena cinquattottenne, Nicola Elia.
Tenne accesa una luce, nel container salumeria, emporio, tutto… trasferendo a contrada Alvanite il piccolo alimentari gestito con la mamma Edda a piazza Garibaldi e spazzato via dal terremoto. Una diaspora necessaria, ma senza grosse illusioni e che anzi -da subito- fece misurare la distanza del quartiere dalla vita cittadina (troppo lontano, troppo isolato, troppo buio…), una constatazione che già ne lasciava presagire il degrado. Se ne parlava nei pomeriggi d’estate, o nelle sere d’inverno, quando Nicola raccontava aneddoti e storie (ma spiccava su tutte la sua amicizia fraterna con Franco Malvano, compagno di naja e di avventure). Tifoso, forse perfino ultras, insomma un vero e proprio ‘lupo irpino’, aveva seguito l’Avellino nella sua ascesa in serie A (e poi anche nel lento inesorabile declino) e familiarizzato con calciatori e dirigenti.

Nicola tenne duro finché poté, nel container di Alvanite, ma ad un certo punto fu costretto a firmare la resa. 
Poi ci fu la lunga e felice parentesi della televisione: mise a frutto la sua passione e la sua parola fluida e sferzante per farsi apprezzato (e contestato) commentatore sportivo, anzi calcistico. A me, che poco o niente capivo di calcio (ma che lo avevo seguito con curiosità in qualche trasferta: ne ricordo una sfortunatissima a Bari, finita -mi pare- con un risultato tennistico e parecchi contusi) sembrava documentato, rigoroso, migliore di tanti altri, anche se assai spesso doveva tuonare con il suo vocione per farsi sentire.
Finì anche questa esperienza e Nicola non fu più lo stesso, per quanto si sforzasse di apparire quello di sempre. E allora sentì tutto il peso di una salute che si faceva sempre più fragile e furono Gerardo Piscopo, medico ed amico, Vittorio, Artenio e pochi altri a doverlo incoraggiare e sostenere.
Nicola ha rappresentato una parte della autentica storia ‘popolare’ della nostra Città. Lo ricordo con commosso affetto.

Sabino Tomasetti

Sono già dieci anni che Sabino (Atripalda 1930-2000) non c’è più. E che nessuno lo abbia ricordato, non è un bene per la memoria pubblica della nostra Città .

Impiegato al bancolotto, fu autodidatta di vasti e tumultuosi interessi culturali (fu bibliofilo, raccoglitore di documenti e testimonianze, collezionista e cultore di patrie memorie) e politici (nel partito socialista di Sabino Narciso).

Mi raccontava di un’infanzia difficile di disagi e povertà e di un caparbio ed ostinato esercizio per migliorarsi, studiare, procurandosi eroiche occasioni di lettura, persino dai giornali adoperati per incartare il pesce.

Orgoglioso della sua famiglia, insolitamente numerosa, Sabino Tomasetti riversava il frutto della sua appassionata e certosina  ricerca, talvolta anche un po’ alla rinfusa, in volumi che lo consacravano come ‘storico’ della nostra Città.

Entusiasta fondatore del Centro di Studi Storici (con Vittorio Solimene, padre Pasquale Caporale, Galante Colucci e, tra gli altri, anche con me) ha lasciato un patrimonio, difficilmente quantificabile, di documenti e volumi. So che la figlia Concetta ne sta curando la catalogazione e lo studio, muovendosi con più accurati strumenti ermeneutici, lungo il percorso tracciato dal padre. E rinnovo l’invito e l’auspicio (che mi permetto di rivolgere, per tutti, a Concetta ed a  Pasquale) che si promuovano iniziative ed occasioni per ricordare Sabino come merita, soprattutto per l’amore autentico e straordinario che portò alla sua ed alla nostra comunità. In memoria.

La voce ‘scomoda’ di Scioccolillo

Un anno fa, dopo lunghi mesi di silenzio che avevano privato la nostra Città di una voce ‘scomoda’, veniva a mancare Angelo Spina, il segretario di scuola, Scioccolillo.

La sua amicizia ‘vera’ era per pochi: per Sabino Narciso, Gerardo De Vinco, Cenzino Caronia, pochi, pochissimi altri. Chissà quanti ricordi, che parlare fitto (e quante scintille) in…Paradiso.