(Atripalda 15 giugno 1921 – 9 luglio 2006)
Ippoliso Parziale è indelebilmente fissato nella mia memoria lontana come l’amico di zio Raffaele: un signore elegante e solare che si fermava spesso nella sartoria di famiglia (che era già stata di nonno Savino) a ricordare luoghi, personaggi e storie di Atripalda. Mi fu nota solo più tardi, da una confidenza di zio Raffaele (che me ne parlava come se mi svelasse un segreto) la passione di Ippolisto per il disegno e per l’acquerello; e negli anni seguenti fui io stesso testimone di quanto quella passione fosse pudicamente celata, autolimitata in un raffinato esercizio privato, noto solo a pochi e selezionati sodali.
Fosse, o no, una qualità innata, sicuramente la vocazione artistica di Ippolisto Parziale si manifestò assai precocemente, per alimentarsi ed irrobustirsi nello studio specialistico, alla Scuola d’arte di Napoli e poi alla Scuola d’arte di Avellino, dove si diplomò brillantemente nel 1938. Ma già da qualche anno Polistiello, il figlio di Rosina Libertino e di Giovanni, falegname-ebanista, con bottega a piazza Garibaldi, sott’ ‘a rovana, si cimentava negli “Agonali”, i concorsi promossi dal regime fascista per organizzare ed incoraggiare, nei vari settori, le potenzialità della gioventù. Si era classificato sesto con punti 80 su 100 negli Agonali dell’artigianato del 30 agosto 1936, indetti dall’Opera Naz. Balilla e primo negli Agonali dell’arte del 1938, organizzati dalla G.I.L. di Avellino: riconoscimenti che gli erano valsi anche un viaggio a Roma, che Ippolisto Parziale raccontava con divertita ironia. Troppa ufficialità, troppe camicie nere e gerarchi, troppe autorità, troppo tutto, per un ragazzo di provincia: l’emozione, complici forse le scarpe troppo… nuove, gli aveva giocato un brutto tiro e non gli era stato facile superare l’imprevisto ostacolo di una ripida, e troppo levigata, scalinata d’onore. Ippolisto si convinse che non era fatto per le parate e meno ancora per la guerra. Gli era sembrato naturale, perciò, nella imminenza della chiamata alle armi, nel 1940, iscriversi ad un concorso per disegnatore tecnico, indetto dall’industria aeronautica “Aer Macchi”. Lo aveva fatto, in verità, senza molte speranze (per quanto studiasse giorno e notte sui manuali che gli aveva fornito un omonimo zio ferroviere, Ippolisto). Lo superò, quel concorso (“…fu un miracolo…ringrazio Dio…”) e sin dal 1941 fu impiegato come disegnatore di componentistica militare alla “Saias” di Benevento (sempre meglio che partire per la Russia, ricordava con un lampo di inquietudine negli occhi, come era toccato ad Alfonso Armerini, Armando Rotondi e tanti altri). Un lavoro che svolse con scrupolo, meritando la fiducia e l’apprezzamento del responsabile tecnico Piero Pozzi. Ancora nel 1942 aveva partecipato ai prelittoriali del lavoro, promossi dal G.u.f. di Avellino, nella sezione dei “Pittori decoratori”, classificandosi primo ad Atripalda e secondo nella selezione provinciale.
Dopo la guerra ed il matrimonio con l’amata Fiorina Nazzaro, il 30 ottobre 1950, diede una decisa svolta alla sua vita, dedicandosi all’attività commerciale del suocero ed alla famiglia. Con chi lo ricordava artista, e con chi già lo aveva conosciuto commerciante, minimizzava e si schermiva: “Ma quale artista… Michelangelo, Raffaello…quelli erano artisti…”. Ma la passione, sopita e forse per qualche tempo rimossa, continuava a manifestarsi in una riservata pratica familiare. Lo testimoniano i ritratti alla moglie ed alle figlie, e i numerosi bozzetti di genere (volti di vecchi, scugnizzi, paesaggi), tutti realizzati ‘a memoria’, mentre si manteneva estraneo al fervore di iniziative promosse negli anni ’60 dall’amico giornalista Gerardo De Vinco (‘Ndindino), con la collaborazione di noti critici d’arte, come Carlo Barbieri e Pietro Girace.
Osservatore attento ed esperto, nella elegante cornice di palazzo Sessa e della Pagoda, Ippolisto misurava, con un cenno del capo o un’occhiata di intesa, qualità e ‘spessore’ delle opere in mostra, mentre si affacciavano alla ribalta cittadina i giovani (Carrarelli, Famoso, Luongo, Troisi) ed i giovanissimi (Di Gisi, Puopolo). E fu estraneo, successivamente, anche alle numerose iniziative artistiche della Pro Loco, negli anni ’70 e dell’assessorato ai Beni Culturali nei primi anni ’80.
Qualche suo disegno (scorci urbani, tipi e mestieri) cominciava a comparire, invece, sulle pagine del settimanale di don Gerardo Capaldo, “Il Ponte”. E con maggiore frequenza e sistematicità, dopo il terremoto del 1980, quasi per fissare il ricordo di luoghi che cambiavano volto, mentre sbiadivano figure e personaggi di una Atripalda in rapido, e talvolta disordinato, mutamento.
E così Ippolisto Parziale, poco a poco, si scopriva un delizioso narratore per immagini della sua gente e della sua terra, capace di evocare le suggestioni della sua fanciullezza, in densi ed incisivi ritratti dell’anima (‘veri’, come le immagini fotografiche che Raffaele Troncone aveva fissato con i lampi di magnesio sulle lastre fotografiche). I suoi schizzi, a matita, a penna, a carboncino, a sanguigna erano il frutto di un lungo ed appassionato esercizio sui grandi maestri del Rinascimento, ma avevano anche l’incisività e l’efficacia del ‘documento’, come le tavole di Achille Beltrame, o di Walter Molino.
La sua matita, nel marzo del 1989, illustrò i versi di Amerigo Bascetta (Pezzi di vita) e mai forse parole e immagini si rispecchiarono con altrettanta forza evocativa: ‘Na fenestella aperta dint’o vico, ‘O scupatore, Addio maestra. Ma fu nel 1990, per un volume di ricordi di Davide Gaeta, Un po’ del mio paese, che Parziale realizzava una prima, ampia, rassegna di personaggi e mestieri, feste di quartiere e tradizioni popolari, ampliata nel giugno del 1994 con altri disegni per un nuovo scritto di Gaeta, Viaggiando tra vecchi ricordi. è certamente singolare questo ‘incontro’ tra due coetanei, Davide Gaeta, figlio d’arte e critico piuttosto severo della scena artistica irpina, sin dalla fine degli anni ’50, ed Ippolisto Parziale, maestro d’arte schivo, mai recensito (perchè volontariamente lontano dalla ribalta) e che ritrovava una nuova dimensione espressiva attraverso le illustrazioni giornalistiche ed editoriali. A questo punto, però, Ippolisto non poteva più sottrarsi alle richieste di collaborazione ed alle insistenze degli amici: serenamente in pensione come ‘commerciante’, tornava al disegno e all’arte, ‘maestro’ riconosciuto e disponibile, generoso dispensatore di multipli, fotocopie alle quali aggiungeva un dettaglio, una sfumatura, una macchia i colore.
Poi venne la collaborazione al “Sabato”, il nuovo settimanale cittadino, ai libri di storie e di spigolature locali, di Sabino Tomasetti, fino alla illustrazione dei calendari del Vigili Urbani. Nell’ultimo, quello del 2006, Cronache di strada, con un pizzico di civetteria volle rappresentarsi all’opera, con matita e fogli, testimone del lento scorrere della vita cittadina.
Fu l’affettuosa insistenza della figlie a vincere la sua ritrosia: Rosanna lo aveva iscritto, a sua insaputa, ad una estemporanea a Rodano Millepini, profondo Nord, e Ippolisto, un po’ incuriosito e un po’ lusingato, si era lasciato convincere. Nel maggio del 2005 aveva raccolto matite e colori e a Milano aveva fatto la sua figura con un bel paesaggio.
Stava lavorando ad un ritratto di Pasqualina De Benedictis, la mitica zia Pasqualina, sacerdotessa della gastronomia irpina, forse voleva cimentarsi con la pittura ad olio… mentre alla sua vista, sempre più debole, svaniva anche la piazza che aveva più volte ‘raccontato’. Ma la scomparsa di Giovanni Nazzaro (dopo quella degli amici più cari, prima mio zio, poi Sabino Elia e poi tanti, troppi altri, fino al dolore, difficile da sopportare, per Fiorina che lo aveva lasciato) gli aveva procurato un nuova, amara sofferenza.
Le sue matite, i fogli bianchi, la conversazione coi gli amici, squarciavano ogni tanto il velo di malinconia che da qualche anno gli appannava la vita (“non ci vedo più tanto bene, ma ringrazio Dio”).
Disegnava ‘a memoria’, una memoria straordinaria e lucidissima, raccogliendo dentro di sè particolari e suggestioni che davano anima e vita ai suoi disegni, che per questo oggi sono ancora più preziosi.
è già un anno che Ippolisto Parziale non c’è più, ma lo sentiamo tuttora vivo, nel ricordo della sua simpatia umana e nei suoi disegni, che tracciano una singolare ed affascinante storia della nostra città. La pubblicazione di un catalogo delle sue opere e una documentazione nella pinacoteca civica, perciò, sarebbero non solo il giusto riconoscimento ad un artista, ma anche l’occasione, forse irripetibile, per fissare il ricordo di luoghi ed atmosfere, personaggi e colori nei quali vecchie e nuove generazioni della nostra Città possano riconoscersi, senza cesure, parte di una stessa storia.