E finalmente arriva il giorno della protesta collettiva delle Province d’I…taglia. Tutti i Consigli Provinciali del Bel paese (che non è una marca di formaggini) si riuniscono stamattina per approvare (nintepopòdimeno) un comune ordine del giorno. Nei cui taumaturgici effetti, sono disposto a scommettere, non crede proprio nessuno. E che si fa così.. tanto pe’ cantà, pe’ ffa’ qualche cosa… mentre demagogicamente le Province sono state già sacrificate sull’altare di conti che non tornano e torneranno -prevedibilmente-anche meno. La mia opinione, per quello che vale, è nota da tempo: andrebbero abolite (o almeno fortemente ridimensionate e ripensate) le Regioni, i veri motori di una spesa fuori controllo, come dimostrano tutti gli indicatori (che gli esperti di ogni colore si ostinano ad ignorare). Ed allora… allegramente verso il disatro finanziario. Si tratterà di vedere solo che si inventerà, stavolta, la signora Fornero.
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L’acqua calda…
Mentre, con un po’ di misurato trionfalismo, si rendono noti i primi risultati dei blitz di agenzie e guardie preposte alle vie dello shopping ed alle località dei vip, in ora di punta ed in alta stagione (e quando se no…), non si può non considerare con ogni possibile benevolenza che si va scoprendo la formula miracolosa dell’ acqua… calda.
Vediamo… circa un terzo di scontrini non emessi? anche a Milano? Si, e allora? Ive inevase, merce taroccata, lavoratori in…grigio? concentrazioni di auto di lusso a …Cortina… a natale? embé? Pare … E allora? di Armando Gill, quella del “tram di Posillipo al tempo dell’està“… con la ovvia morale della…favola. …”che ‘a vecchia via p’ ‘a nova nun s’ ha da mai cagnà“; oppure l’ inchino…coast to coast: insomma la sorprendente scoperta dell’ovvio. Con una spettacolarizzazione mediatica degna di ben più mirabolanti scoperte, ed il divertente gioco delle parti di Totò e Fabrizi in Guardie e ladri. Con il retrogusto amaro che si voglia distogliere l’attenzione (alimentando lo sdegno collettivo) che a pagare siano alla fine sempre gli stessi… a prescindere se governi Prodi, Berlusconi o Mario Monti… applicando il collaudato sistema del… cetriolo, che assicura -come tutti sanno… (ma va?)- un immediato (e non indolore) reperimento delle risorse. Controlli sulla documentazione, meno spettacolari e più efficaci, ogni mese (e non…almeno una volta all’anno…come i precetti), e poi fateci sapere, dopo gli accertamenti… ed i comunicati stampa, quanto ed in quanto tempo si… incassa… Dovremo -temo- riparlarne.
Partiti…tra burattini e burattinai
Per quanto non commensurabile (né per lo schieramento né per i ‘numeri’ in gioco) l’esito (per ora) del percorso politico di Tomasetti (pidì) e di Romano (pdl) che non rinnovano le tessere dei rispettivi partiti, appare speculare e sostanzialmente omogeneo. Tale scelta, infatti, per le modalità e le ragioni che l’hanno determinata, segna la crisi, nessuno sa quanto e se provvisoria, dei due partiti di massa (evanescenti e verticistici) ai quali con un po’ di ottimismo si era affidata, anche ad Atripalda, l’illusione di un rinnovamento della politica.
Più che il fallimento del bipolarismo (imperfetto quanto si vuole e tuttavia necessario, e tanto più necessario in un maggioritario ‘secco’), mi pare la conclusione, neppure traumatica, di un innaturale bipartitismo che non ha realizzato né una nuova coscienza politica né plausibili forme di militanza. Si deve forse ripartire anche da qui per indagare le ragioni di una deriva tecnocratica, che se oggi offre qualche speranza di sfuggire ad una crisi di sistema (crisi, a quanto pare, dei mercati finanziari, prima ancora che ‘economica’), non sembra in grado di disegnare un futuro possibile. D’altra parte il folle proposito di una ‘disarticolazione di sistema’ sulla quale si esercita l’udc dei due forni (dei due pesi e due misure, insomma di una utilitaristica ambiguità marginale) è una opzione velleitaria, quasi come quella ‘separatista’ della lega, e pertanto incapace di rappresentare una proposta credibile.
Non si intravedono spiragli né nelle liturgie di eterne ed autoreferenziali burocrazie partitiche, né nelle ricorrenti auspicate magie di illusionisti e taumaturghi. Però, ad Atripalda, il 6 ed il 7 maggio si vota e, pure nel generale scoramento, qualcosa ci si dovrà pure inventare per restituire alla pubblica amministrazione dignità, o almeno decoro. E in fondo, ad Atripalda, non sarebbe neppure troppo difficile…basterebbe mandare a casa una decina di bugiardi, doppiogiochisti e millantatori… alla faccia dei soliti burattini (e dei soliti burattinai). Amen.
La verità…di Tomasetti e Alvino
Forse l’unica novità (a parte un dottormedico insolitamente tonico) è stato il nipote Federico (Preziosi, assente peraltro), al quale ha prestato la voce la cugina Elena (Iannaccone). Messa così potrebbe quasi sembrare una storia di famiglia (un tantino numerosa…). Ma devo dire che così è stato solo in parte… se persino l’ignaro (ignaro?) militante di lungo corso Raffaele Beatrice ha pubblicamente apprezzato quell’intervento, per quanto indirizzato, con feroci ironie, anche alla gentile consorte Alberta. Ma, insomma, per quanto non toccherebbe a me dirlo, fatta la tara di qualche sfiato di trombone, il dibattito c’è stato, aspro e talvolta prevedibile, come era lecito attendersi, ma vivo ed autentico. Ed alla fine (nonostante qualche residuale tatticismo, di chi forse ancora non ha deciso fino in fondo da che parte stare) nessuno può avere più dubbi su com’è e com’è stato plasticamente Laurenzano (e cioè un bizzoso ed umorale opportunista,doubleface…). Ma dopo la narrazione di Tomasetti si rappresentano plasticamente anche le irrequiete anime piedìne… di lotta, di governo e di…sottogoverno. Non è ancora chiaro dove approderanno sezione da una parte e sedicente gruppo consiliare dall’altra, in attesa che qualcuno ad Avellino o a Roma si decida a distribuire torti e ragioni, come chiedono sia Alvino che Tomasetti. Ma la loro testimonianza -a tratti sofferta (mentre Beatrice si attarda e deraglia su una ‘questione morale’ che onestamente non c’è ed, ignaro (ignaro?), ignora certe ben più corpose interferenze)- manifesta angustie e tormenti di un partito che è un po’ vittima e un po’ è carnefice. Un partito che, tuttavia, non pare preoccupato, in mezzo al guado di un feroce scontro politico, di mettere in pubblico rancori ed ambiguità, consegnandosi ai potenziali interlocutori (è ancora presto per parlare di alleati…) in una condizione di oggettiva debolezza.
Una scelta coraggiosa, e perfino temeraria che, a prescindere dalla grave responsabilità politica di aver consapevolmente abbandonato la città per quattro anni e mezzo, al degrado delle dimostrate turbolenze umorali e delle derive podestarili di Laurenzano, merita senz’altro rispetto.
Verità e… verità
Sapremo tra qualche minuto le verità del Pidì, tra buonefedi e colpi alla schiena (colpi bassi… no… esclusi… per la ovvia considerazione che non sarebbero… serviti).
La storia politica di quest’ultimo anno ci consegna una scena devastata da un sindaco ed una giunta inadeguati e da partiti e uomini di ogni colore che sommano (se pure ‘sommano’) debolezze concettuali e mediocri ambizioncelle di paese. Ed è in questo primordiale brodo di coltura … prepolitica che si avvicina, maximis itineribus, una resa dei conti che -comunque vada- non tornano… Mentre si invocano, dai soliti anonimi benpensanti di professione (e da qualche marpione in servizio permanente) rinnovamenti e panacee, con una sconvolgente sottovalutazione degli strappi inferti in un tessuto sociale mai veramente coeso.
Si illude chi ritiene che basterà rimettere inseme i cocci: temo che non basterebbero neppure i cento uomini ‘acciaio’ che Dorso non aveva trovato sul più vasto proscenio meridionale, figurarsi il povero Cidèp… ad Atripalda e per conto terzi.
Colpisce in questo contesto la testimonianza di Raffaele Sbrescia e la prodigiosa freschezza di pensiero del filosofo Aldo Masullo e turba, invece, l’ottundimento di chi, immagino lusingato per tanto onore, ascolta attonito e forse non ha neppure… capito.
Peppino ha parlato…
Diciamo la verità… la politica non tira… come una volta, se il congresso udiccino di Atripalda (evento, a quanto pare, assai atteso) registra poco più di una cinquantina di presenze (che non sono poche) tutto compreso: compresa, per dire, la delegazione piedìna (4), quella socialista (2), quella di sel (2), Fli (2), Pdl (a titolo personale 1), i giornalisti (4), le delegazioni estere… con accompagnatori ed ospiti (15) ed ovviamente il gruppetto di relatori, e parti in causa, al tavolo ed in prima fila (5+5). Insomma fatta la tara, saranno stati in tutto una ventina i cittadini ed i militanti atripaldesi presenti. Naturalmente peggio per chi non c’era… perché si è perso le umbratili ed allusive meditazioni di Peppino, il malinconico nipote che, tra ricostruzione delle traiettorie, confusioni soggettive e di contesto, linee di orizzonte profetiche (quasi visionarie), ha offerto la sua sofferente -e un po’ indigesta- ricetta per il futuro. Parlando a nuora perché suocera intenda. Per esempio…non si illuda chi pensa ancora che il motore della politica siano le realtà locali, oggi -dice Peppino- “il centro è il Parlamento [...] e dobbiamo avere la forza di mollare gli ormeggi, essere meno legati a condizioni di convenienza perché la novità è prossima”. Capito? E poi la conclusione: “Oggi dobbiamo render chiaro un orizzonte che chiaro ancora non è. E questo è un ruolo storico straordinario che richiede un impegno straordinario di cui, partendo da Atripalda, mi auguro che sapremo esserne capaci”. Chissà che sarà mai arrivato al tavolo di siffatto sottile pensiero: ma dagli sguardi perplessi non deve essere stato un granché… Michele, invece, investito di una bella responsabilità, cercava da qualche parte la linea d’orizzonte profetica e quasi visionaria di Peppino. Spero per lui che l’abbia trovata.
Le contraddizioni del Pidì
E’ veramente difficile, per chi volesse capire che sta succedendo nel Pidì irpino (al di là ovviamente della cronaca e persino del folklore politico), orientarsi nella giungla delle opinioni, o per meglio dire dei tatticismi e dei distinguo. Ribadisco (per averlo già detto altre volte) che non è un bene e spiego brevemente perchè. Infatti per quanto il Pidì sia nato da un frettoloso ed incompiuto processo di aggregazione e centrifugazione (e si sia realizzato attraverso i camuffamenti, scissioni e diaspore di quest’ultimo tormentato quindicennio), pure si era posto l’ambizioso (benchè non necessario) obiettivo di raccordare due importanti storie del pensiero sociale e politico del ’900 (quella cattolica e quella post marxista) che oggi si agitano prive di rappresentanze certe e credibili.
Ed ora? Ora con una nuova, improvvisa ed ingiustificata, accelerazione si va alla conta ed alla elezione degli organismi dirigenti, in una incertezza procedurale ed una confusione di idee e di strategie che fanno pensare più che al progetto consapevole di un partito strutturato e coeso, ad una sbribellata “Brancaleone s.p.a.”.
In Irpinia, tenuto conto dell’oggettiva aggravante costituita dal fattore D, le cose sono andate anche peggio. Partite giocate a tavolino in assenza di un dibattito politico che potesse lontanamente somigliare ad un confronto democratico, un tesseramento ‘gonfiato’ di doppioni, ubiqui, ignari e ‘pentiti’, gli elenchi delle famose primarie del 14 ottobre trafugati o smarriti, un partito che continua ad essere uno e…bino (con ulteriori e successive frantumazioni interne fino alla scissione dell’atomo, dove (più o meno evangelicamente) non sa la…destra (quanto resta della margherita) quello che fa la sinistra. E più degli interventi di Anzalone, Santoro, Maselli, D’Amelio, Fierro (per citarne alcuni) appare di tenera ingenuità o di astuto calcolo l’intervista letta oggi sulla stampa della ‘pasionaria’ Alberta. Che (reduce dalle ben note marce di…bronzo) denuncia disinvoltamente errori ed omissioni nel percorso aggregativo del sedicente partito democratico. Come se fosse stata altrove e non ne fosse, pro quota, personalmente responsabile.
Ma tant’è. Nessuno dimentica i trucchi del ‘mestiere’ ed i pubblici distinguo, in occasioni fondative, servono di norma o ad alzare il prezzo o preludono ad una presa di distanza o, che è lo stesso, a nuove convergenze. Che nel futuro di Alberta (e di parte del Pidì irpino, anche eventulmente a costo di nuove ‘dolorose’ scissioni) ci sia De Mita, al netto di ogni azzardo e di ogni apparente paradosso, non sembra a questo punto, nè improbabile nè lontano…
D’Alema e la “tentazione demoniaca del potere”
Massimo D’Alema, che non si rassegna alla sconfitta e morde il freno incalzando Veltroni, punta nientemeno che a colpire la Chiesa. Da Marina di Camerota, concludendo i lavori della sua ‘corrente’ (pardon, oggi si dice ‘fondazione’), proclama urbi et orbi, tra sorrisetti sulfurei e strizzate d’occhio a sinistra (ma non era più bravo Totò…e poi dice che mi butto a sinistra…ssss!…), il verbo di rito d’alemiano. Un intervento stizzito e scivoloso, per molti aspetti incomprensibile, che a poco a poco ridimensiona e disvela i suoi reali obiettivi polemici. E l’attacco, apparentemente immotivato ed ‘a freddo’, si mostra per quello che effettivamente è: una guerra per bande nell’ex casa (del popolo) diessina, un sasso nella piccionaia del nuovo partito veltroniano, frastornato dal risultato elettorale, ed incapace di rimettersi in gioco, se non attraverso il malinconico rito delle ‘ombre’ (dal quale, non a caso, D’Alema si è sdegnosamente ritratto).
Insomma la incredibile sortita di D’Alema sulla “tentazione demoniaca del potere”, attribuita, con involontaria ironia, alla Chiesa Cattolica Italiana, si rivela, a chi si fermi ad osservarla oltre l’apparenza, solo un fuoco di sbarramento (fuoco rigorosamente ‘amico’), piuttosto che un ingiustificato rigurgito laicista.
In ogni caso, nel rabberciato ed estemporaneo tentativo di rilanciare un anacronistico furore ideologico, spingendosi con consumata abilità dialettica financo a lodare (bontà sua) la Democrazia Cristiana che non c’è più, D’Alema manifesta, in una volta sola, tutte le irrisolte contraddizioni della sinistra italiana. (Quelle contraddizioni che Prodi rimuginava in incomprensibili borbottii e De Mita distillava in sempre più fragili raggionamenti: l’uno e l’altro, vittime dei loro stessi incantesimi).
Ma se D’Alema avesse voluto solo lanciare messaggi obliqui alla sinistra-sinistra (in crisi di leadership), ai movimenti, alla galassia polverizzata dell’antagonismo politico; e se il suo obiettivo fosse (con rispetto parlando) solo Veltroni, allora non ci sarebbe proprio niente di nuovo. Sarebbe sempre la solita storia di Veltroni contro D’Alema, D’Alema contro Veltroni, D’Alema e Veltroni contro Rutelli (a proposito…chi l’ha visto?) per conquistare le spoglie della tradizione democristiana che fu, e traghettarle nell’ennesimo camuffamento politico: un conflitto che il piddì eredita tutto intero dalle ceneri del Pci, Pds, Ds.
Tutto questo nel silenzio pavidamente complice di pochi superstiti della grande storia cattolico democratica italiana (la sola vera novità politica, prodotta dalla catastrofe della seconda guerra mondiale) blandita e poi stritolata nella ultima competizione elettorale ed oggi costretta ad un mortificante silenzio.
Nel contenitore semivuoto del Piddì, anche questo sinistro clangore di spade e qualche confusa sortita post ideologica, può dare l’impressione di un qualche…pensiero.
Addio alle armi
De Mita esce dal Parlamento dopo quasi mezzo secolo, senza rimpianti (pare), ma con qualche scampolo di delirio (l’Irpinia c’est moi). Pronto a ricominciare, ostinato fino all’autolesionismo e, tuttavia, sempre meglio dei pallidi epigoni di famiglia e dei cortigiani, in precipitoso disarmo.
Sempre meglio, per dire, di quell’ineffabile Peppino, ammaccato e beatamente inconsapevole delle proporzioni della sconfitta. Costretto ad abbassare le ali…ora disperde al vento solo le sue fragili parole. Storia chiusa.
Cosa accadrà in Irpinia? Mentre alcuni aspettano sempre meno probabili rese dei conti, sia consentito di ritenere che, per evidenti ragioni tattiche, non accadrà, almeno nell’immediato, un bel nulla. Rassegnata al vecchio capo l’estrema ed inutile prova di lealtà (quando non di servile sudditanza), tutti (molti) si sentono finalmente più liberi di scegliere il proprio destino. Magari anche sulla base di più concrete e plausibili convenienze politiche (e non solo), più che su un tardivo e raffazzonato progetto centrista, utile solo ai De Mita.
Passata la sbornia dei numeri al bancolotto (tutti allegramente al rialzo…8, 10, 20 %…), archiviate come sgradevole folklore elettorale le provocazioni e gli ‘insulti’, anche l’Irpinia pare prendere coscienza dello sfascio di un sistema di potere regionale e locale, affidato alla sempre più stravagante bizzosità di ex leader e capataz. Dalle urne esce (checchè se ne dica da parte di professionali profeti di sventura) una classe politica, più fresca, più motivata, meno compromessa, ed anche per questo più pronta ad intercettare con determinazione ed umiltà, le speranze di una terra mortificata da un apparato arrogante e parafeudale del potere pubblico.
La sostanziale tenuta del Piddì irpino (che assorbe per incorporazione consistenti settori dell’estrema sinistra e maschera una più sonora batosta), premiando l’unica residuale esperienza di ‘centro’, rende più amara la sconfitta dell’ex leader di Nusco e realizza una necessaria semplificazione del quadro politico, cancellando con un colpo di spugna la presunta ‘anomalia’ provinciale.
Quali gli scenari possibili ora per l’UdC, che ha provato irresponsabilmente a gonfiarsi, in Irpinia, come la incauta ranocchia della favolistica antica?
Liberatasi da un consenso drogato e parassitario (assegnato più in base alle nostalgie ed al proposito di vendetta degli ultimi arrivati) deve ritrovare la serenità e la ragionevolezza per liquidare come irrealistica la prospettiva di un solitario ‘centrino’ (peraltro, con avidi ed inaffidabili compagni di viaggio).
Mentre inevitabilmente la Campania si prepara, tra sei mesi o un anno, a voltar pagina, archiviando l’infausto duopolio Bassolino-De Mita, è lecito attendersi che un nuovo prevedibile riposizionamento di singoli e gruppi, restituisca una immagine più veritiera del quadro politico, a partire dalla amministrazione Provinciale e dalla città di Avellino. Il Popolo della Libertà, in questa circostanza storica, si dimostri all’altezza della sua nuova responsabilità e si faccia interprete di una diffusa volontà di cambiamento dei metodi e delle prassi politiche, si radichi tra la gente, progetti ed offra risposte.
Ed ora nel mutamento che investe anche importanti amministrazioni locali (Bagnoli, Monteforte, Sant’Angelo dei Lombardi, dove si consuma il tracollo politico di Mario Sena, sconfitto anche dalle sue incertezze e dalle sue paure) che accadrà ad Atripalda?
Dopo aver dilapidato in pochi mesi un patrimonio di consenso per conclamata insufficienza, la cosiddetta amministrazione Laurenzano registra di essere ‘minoranza’ nel paese e, mentre si consola con un senatore (di opposizione), perde subito alcuni potenti riferimenti regionali.
Insomma, mentre si sfilaccia la ‘filiera’ di poteri pubblici alla quale appena dieci mesi fa aveva elemosinato le sue fragili speranze di sopravvivenza, si manifestano tutti i limiti di un’amministrazione per caso che, prima o poi (e lo voglia o no) dovrà prendere atto della sua inconsistenza, prima che per volontà degli elettori, per la propria dimostrata incapacità di governo. In un sussulto di responsabilità, Laurenzano potrebbe farsi da parte. Prima di essere travolto dagli eventi. Prima che sia troppo tardi.
Un voto di libertà
Mentre questa “strana” e “scialba” campagna elettorale (parola di Bassolino e Peppino) si avvia stancamente all’epilogo, sia consentita qualche riflessione sul futuro prossimo della politica in Irpinia.
Intanto sono mancati alla competizione i toni accesi ed i fuochi pirotecnici che sembrava lecito attendersi alla vigilia.
Scaramucce sì, qualche puntura di spillo e, nelle ultime ore, pure qualche sgradevole ed inutile ‘insulto’, ma che hanno catturato l’attenzione – così è sembrato- più dei mezzi di informazione e delle tifoserie, che dei cittadini. Gli irpini, per saggezza e prudenza antica, se ne sono stati a guardare, provando piuttosto a raccapezzarsi ed a capirci qualcosa. Votare chi? e perchè? e…fino a quando? Insomma il clima ha fatto fatica a ‘scaldarsi’… e questo nonostante la scelta opportunistica di De Mita e compagni che, hai voglia a dire…, nessuno è stato capace di spiegare: nè Francesco nè, tanto meno, i più diretti interessati Ciriaco e Peppino, che sono tornati ad Atripalda, senza pudore, a benedire i ‘reprobi’ di ieri… (insomma “Franza o Spagna, purchè se magna”).
E intanto, mentre si danno i numeri, per farsi coraggio, si candidano disinvoltamente ad altro: Pionati alla carica di sindaco di Avellino, Ciriaco a segretario (nazionale, regionale o provinciale…si vedrà) del fantomatico ‘centrino’ prossimo venturo.
Il Piddì ha risposto alla prevista ‘tempesta’ serrando i ranghi e rinforzando gli ormeggi, con qualche disinvolto equilibrismo ed insospettabili timidezze (Sena, poniamo, era in prima fila da Bassolino, per cortesia istituzionale, solidarietà politica, o che altro?), assai inquieto per gli assetti futuri e la ‘gestione’ degli enti. In ogni caso, in attesa della nottata che deve passare, e con la sola eccezione del sicuro De Luca, si è affacciata sul proscenio una classe dirigente presunta che non sembra avere lo scatto per imporsi in ambito regionale e un po’ arranca anche in provincia.
Non una proposta politica è venuta, non una proposta, se si eccettuano scontate chiamate alle armi e deboli sillogismi, per mascherare l’imbarazzo di un fragile e pietoso occultamento del disastro della regione Campania (da parte pieddina) ed altrettanto fragili e mediocri ‘distinguo’, abbozzati dalle truppe demitiane (corresponsabili, a pieno titolo, dello sfascio). Con alcuni sottufficiali tuttora in pencolante e sofferta attesa, non si sa bene se di nuovi ‘ordini’ o di tempi migliori.
Mentre il sempre più sfrontato Bassolino (e ci vuole proprio una bella faccia tosta…) annuncia che si dimetterà tra un annetto, come risponderà l’Irpinia? Si lascerà stritolare dalla tenaglia di questi poteri muscolari e protervi? O troverà energia e coraggio per reagire alle lusinghe delle solite, attempate sirene?
E saprà il ‘Popolo della Libertà‘ radicarsi sul territorio e tra la gente irpina vincendo resistenze ed egoismi? Saprà cioè prendere coscienza di dover rappresentare una provincia mortificata ed emarginata, o si accontenterà della gestione pro quota e per delega di limitati spazi di manovra?
è questa la sfida, in Irpinia, del Popolo della Libertà: un partito che nasce in una terra orgogliosa, che non si rassegna -nonostante tutto- all’emorragia dei giovani laureati, alla devastazione del territorio, alla mancanza di un serio e plausibile progetto di sviluppo, allo spreco delle risorse, all’insicurezza sociale, alla criminalità, affidato alle promesse, sempre più incredibili, di vecchi e nuovi notabili.
Rialzati Irpinia, perciò, non è solo uno slogan per il 13 ed il 14 aprile, è piuttosto, per gli anni che verranno, la speranza concreta di un possibile riscatto.
L’ora delle scelte
Possiamo ripartire dal comizio di De Mita, del 20 maggio 2007 (e poi, magari, non parlarne più)? Si ricordano ancora i musi lunghi e il sangue agli occhi delle truppe diessine, la sorpresa o la delusione tra i petali delle opposte sponde; e una mezza investitura per Laurenzano (…il meno peggio, sembrò): insomma pochi quella sera capirono cosa stesse succedendo… ma era troppo tardi.
Le esitazioni di Capaldo ed alla fine la rinuncia a candidarsi, la ‘casuale’ convergenza con le strategie del capo di Nusco, una sostanziale sfiducia verso una lista (“Al Centro per Atripalda”) assemblata all’ultimo istante (ed affidata ad un timoniere troppo ‘navigato’ per suscitare entusiasmo), erano tutti segnali eloquenti ed inquietanti dell’esito di una competizione elettorale affrontata controvoglia, quasi solo per le pressioni ‘subite’ dagli amici, piuttosto che per un’intima e profonda convinzione.
I risultati sono noti: la sconfitta (sia pure di misura, nonostante l’invincibile armata dei poteri provinciali, quella che oggi si affronta in una sanguinosa resa dei conti) liquidò definitivamente la straordinaria esperienza del Circolo “Don Luigi Sturzo”, abbandonato agli inevitabili rancori post elettorali e congelato fino a nuovo ordine, fino al pallido (e malinconico) tentativo di rianimazione delle scorse settimane.
Eppure, nonostante le ambiguità, i turbamenti, i conflitti (mentre si giocava altrove, o si era già giocata altrove, la partita vera della politica cittadina) il Circolo Sturzo aveva sviluppato (fino alle regionali del 2005) una intensa e ampiamente condivisa azione politica. Poi erano cominciati i distinguo, le imboscate e le pugnalate alla schiena. Ma su tutto sembrava prevalere una diffusa ‘nostalgia’ per Capaldo, che tutti volevano, e sul quale tutti promettevano di convergere, mentre lui, per ragioni non tutte spiegate (ma tutte evidentemente legittime), si negava, si schermiva, rinviava. La parola d’ordine fu mangiamo prima il… panettone, poi mangiammo anche la pastiera, le zeppole di san Giuseppe e la colomba…’pasquale’, fino a quel documento di domenica 22 aprile 2007, che segna forse il punto più alto della riflessione politica autonomamente sviluppata in quei contenitori evanescenti che (con qualche sporadica eccezione) furono i circoli della appassita margherita.
De Mita, nella sua lungimirante intelligenza politica (a proposito… non si è vantato in una recente intervista di aver approvato lo sbarramento delle tre legislature: povero Ciriaco crocifisso dalla nemesi birichina del capo… quinto dello Statuto), snobbò le riflessioni e gli argomenti di chi lo invitava alla prudenza. E trascinò sulla parola, in cambio di spezzoni sempre meno consistenti di potere personale, tanti incerti (o pavidi) nella partitodemocratica ammuina. Il leader nuscano rinunciava così, definitivamente, anche a svolgere un ruolo nazionale. Se avesse avuto maggiore coraggio, in quella ed in altre occasioni, tutte tristemente sprecate, avrebbe potuto frenare (o almeno ritardare) la confusa e frettolosa gestazione del Piddì, di quel partito che ora abbandona e maledice, invocando il rispetto per l’intelligenza, che troppe volte egli stesso ha sacrificato alla ‘fedeltà‘.
E torniamo ad Atripalda…Mentre si consuma (immagino senza reciproci rimpianti) il pluriennale sodalizio La Sala-Capaldo (del quale riconosceranno i posteri, ammesso che ne abbiano voglia, qualità, lealtà e tenuta), comincia una nuova diaspora (un’altra) ed un riposizionamento di truppe sulle scelte (piuttosto tardive e rancorose) del leader di Nusco, pronto a ridare fiato alla tromba di un sedicente ‘centro popolare’ che nasce già ‘vecchio’.
Come lo spiegherà Pionati, che aveva chiamato l’Irpinia alla guerra di ‘liberazione’? Per ora, anzi, pare che non abbia tempo e voglia di spiegare un bel nulla, impegnato com’è ad imbarcare singoli naufraghi e ciurme al completo. E a quale ‘centro’ pensa, nella sua senile riconversione, De Mita? A quello ‘geografico’, che potrebbe consentirgli un nuovo scranno parlamentare, o a quello ‘valoriale’, proposto fino a ieri da ‘Officina 2007′, da Savino Pezzotta (che ha il nome e il faccione di mio nonno e mi era simpatico anche per questo…)? O non si accomoderà, piuttosto, in un fragile cartello elettorale, un variopinto assemblaggio di pezzi in ‘liquidazione’? Mentre, a ottant’anni suonati, De Mita fa sapere che la politica irpina ricomincia…da sè, e la De Mita dinasty balbetta e trema per una scelta (la prima vera ‘conta’ dopo un quarantennale assolutismo monarchico), nipoti, amici e compagni aspettano con sempre meno perseverante rassegnazione la bufera che si abbatterà sugli enti provinciali e regionali.
E Atripalda? Un tempo orgoglioso ‘laboratorio politico’, svillaneggiata da rabbiosi caporali di giornata, precipita oggi nel marasma dei mediocri epigoni di quella che fu la grande stagione della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista (in parte confluiti, senza convinzione ed a mano armata, nel ‘bidone’ partitodemocratico).
In questo contesto, incapace di elaborare strategie, per conclamata insufficienza, l’Amministrazione Laurenzano naviga a vista, su una zattera sbattuta dai marosi, mentre profughi della politica, corsari e traghettatori (in nome di un altrui vacillante potere) e purtroppo anche qualche raro superstite in buona fede, si trincerano dietro confuse ed incredibili contorsioni verbali e perfino ‘ideologiche’.
Andranno dove va Ciriaco, gli ex irriducibili profeti… del nulla, anche a costo di mollare bocconi di privilegio, o dove, più prosaicamente, li porta il… cuore (di una indimenticabile ballata di Fabrizio De Andrè)? E Laurenzano, sindaco tuttora, già deluso e sfiduciato, amministratore per caso e per ripicca, candidamente prostrato dal disagio sociale, come pensa di onorare gli impegni solennemente dichiarati alla pubblica opinione?
Caro popolo democratico, popolo meo… -scrive sul Sabato del 23 febbraio- non c’è tempo per discutere ulteriormente, bisogna pur decidere, pur fare delle scelte. [...] Non sto girando la faccia al partito democratico (quando mai!), ma ribadisco che voglio solo amministrare. Ad ognuno il proprio ruolo. Le sue parole più che come un imperativo morale, ancorchè inutilmete velleitario, (ma perchè allora si sarebbe candidato, se non per amministrare?) suonano piuttosto come una sinistra minaccia. Dunque Laurenzano non abbandona, per ora, il Partito democratico, ed anzi giura di voler amministrare (e con quali mezzi, con quelli partoriti dopo nove mesi di vuoto pneumatico, oppure con quelli generosamente promessi da sponsor e ‘padroni’ oggi in conflitto, o in disarmo?).
Si è già conclusa l’esperienza della resistibile armata del maggio 2007? Si è già arenata l’onda lunga di un’alleanza strategica, nella risentita deriva post-ideologica del De Mita pensiero?
E chi sopravviverà al feroce e calcolato ‘buonismo’ veltroniano? Povero Giuseppe, prima e non incolpevole vittima dello smottamento pieddino e della capricciosa iattanza di famiglia: lo abbiamo visto, pallido e febbricitante, il gendarme disarmato (abbandonato persino da qualche mediocre scudiero), offrire la testa ai ‘carnefici’, rassegnato e contrito, mentre già cominciavano a volare gli stracci.
Per quanto mi riguarda, continuerò la mia battaglia per la trasparenza amministrativa, per il rispetto delle istituzioni, del Consiglio e dei Consiglieri Comunali, onorando così, con determinazione e passione, il mandato che l’elettorato mi ha affidato.
Nel caos, al quale Bassolino e De Mita hanno consegnato la Regione Campania (travolta dagli scandali, sepolta dai cumuli di monnezza, risucchiata negli abissi della spesa sanitaria e della insicurezza sociale) e nelle secche verso le quali l’immarcescibile leader di Nusco, la compagna Alberta ed i loro vassalli, hanno spinto cinicamente la nostra Atripalda, continuerò la mia battaglia nel vero centro moderato, quello che si costruisce nel Partito delle Libertà.
Il tempo immobile della politica
Mentre Iannuzzi (Tino), il desaparecido, incalza senza autorevolezza e senza esito Veltroni, sulla sempre meno probabile candidatura nel Piddì di Ciriaco De Mita; e un manipolo sempre più incerto, di irriducibili ed ex irriducibili, raccoglie migliaiaaa di inutili firme, proviamo a capire, nella turbinosa sequenza delle indiscrezioni, le prossime mosse del vecchio leone di Nusco.
Vispo… è vispo, nonostante l’anagrafe, e magari, a fine corsa, diventa pure simpatico (e questo diciamo la verità- è il vero miracolo).
Ma a quale tavolo si sta giocando questa surreale partita a tressette? Con quali prospettive, e con quale posta, e con quale classe dirigente?
Quella scientificamente distillata in oltre mezzo secolo di selezioni e ‘soluzioni finali’, dalla quale si è ‘salvato’, per chiare ed indubitabili qualità personali, il solo Gianfranco Rotondi, l’unico giovane democristiano irpino approdato al Parlamento e pochi altri ufficiali di complemento?
In una Irpinia, pietrificata nel mito dei sempre più canuti “magnifici sette” (onore alla memoria di Nacchettino Aurigemma e Peppino Pisano, tenuti alla larga dalle stanze del potere), nel corso di periodiche mutazioni generazionali di classe cosiddetta dirigente (talvolta vere e proprie epurazioni di massa) quanti ‘caduti’ sul terreno, vittime più o meno illustri del rinnovamento degli altri…
Ma, anche per chi aveva i santi… in paradiso, ruit hora! ed incalza il tempo delle scelte difficili. Si almanacca sulle truppe pronte a passare di qua e di là, per salvare il vecchio capo dal disonore di una seconda, più bruciante, bocciatura. Sarei più prudente. Anche nel giro più stretto dei cavalieri della tavola rotonda, mi pare, comincia ad affacciarsi il tarlo del dubbio e un refolo di dolorosa inquietudine. E mentre persino la famiglia gli ricorda il tempo che passa, con la sottile ed involontaria perfidia di una pubblica ed esibita ‘festa’ di compleanno, Ciriaco De Mita è costretto ad evocare l’acre paradosso della morte.
Coccolati, viziati, nutriti a panbrioche, gli eredi del vecchio leader, si posizionano a suon di firme (io di più, io di più,io di più…) ed intanto si smarcano per rivendicare dove che sia- porzioni e bocconi di eredità.
Si illudono, naturalmente, perchè il ‘capo’ non lascia ‘eredi’ (come non ha mai fatto ‘prigionieri’). Ha allevato e ‘sepolto’ tanti aspiranti e postulanti, a tutti facendo baluginare lasciti cospicui, e poi finisce come con quel vecchio zio che nomina erede universale un figlio lontano, invece del nipote o dell’allievo prediletto. Oppure, con uno spariglio beffardo, lascia tutto ai poveri, o magari alla pasionaria Alberta, e sarebbe questa una vendetta ancora più acre, verso ex amici e sodali, vecchi e nuovi, una bomba innescata per provocare come nella Coscienza di Zeno- una ‘esplosione enorme’. E sarebbe pur sempre un atto di generosità verso la terra madre Irpinia, alla quale consegnare una palingenesi (altro che rinnovamento) che onestamente non si può affidare a sottoposti ed esecutori, di poco luminoso presente e di ancora più opaco avvenire.
In questo freddo febbraio del 2008, mentre si avvia ad un poco dignitoso epilogo anche la malinconica ed incompiuta (e magari mai nata) seconda repubblica, sia consentita una considerazione conclusiva. Ciriaco De Mita in questa tornata elettorale ci vuole essere (ed anche nelle prossime) ed ha studiato Machiavelli. E, dovendo scegliere, agli auguri di circostanza dei cortigiani preferisce le massime dell’arte della guerra. Gli amici sono avvertiti. Per quanto mi riguarda io ho già scelto…la libertà.
Vergognarsi (almeno un pò) e tacere…
Mentre Ciriaco si appresta a festeggiare a Roma (pare rigorosamente senza cannoli) l’ottantesimo fausto genealitico (auguri e complimenti per la invidiabile, pressochè intatta, fluidità di pensiero) apprendiamo che dalla tribuna di Atripalda ha dispensato benedizioni e pillole di saggezza, indicando persino – e Dio sa quanto c’è n’è bisogno – una possibile soluzione alla cancerosa emergenza della monnezza. Naturalmente nessuno si aspettava che il maitre à panser offrisse suggerimenti concreti (e così, infatti, non è stato).
Dunque sostiene De Mita: “Il passaggio che risolve è smetterla di continuare a dire che esistono i problemi ed iniziamo a dire come si risolvono”. Ecco, appunto.
Non è dato di sapere quanto queste illuminate parole abbiano tranquillizzato i sindaci e gli amministratori del Piddì e infatti il consigliere arianese Bevere ha confessato:
“Sono orgoglioso di appartenere al Piddì, ma siamo diventati impresentabili e non sappiamo dove nasconderci [...]“.
Anche Giuseppe ha concionato da Atripalda e lo ha fatto da par suo, il mezzo maitre à penser, con argomenti che si possono così sintetizzare:
Il Commissario De Gennaro ha ragione.
La Provincia di Avellino, questa volta, ha ragione
Io ho sempre ragione.
Per cui Bevere, Vestuto, Salzarulo (Laurenzano, no, va bene così) la smettano una buona volta di pensare (e di dire, soprattutto, quello che pensano).
Le minacciate ‘autosospensioni’ dal partito, poi, sono un gesto “inconcepibile” (secondo il rito Pieddino, per il quale le dimissioni si minacciano e magari si annunciano, ma poichè “non servono”, “responsabilmente” ognuno… rimane al suo posto, fino a nuovo ordine).
Nessuna risposta, in ogni caso, è venuta alle questioni ed alle obiezioni, poste con fiduciosa ingenuità da amministratori locali, abbandonati a gestire una realtà di degrado ed esasperazione, obiezioni piuttosto percepite come un fastidioso ingombro sul volteggiare leggero dei ragionamenti politici.
L’incontro di Atripalda si è consumato, perciò, da una parte, ricorrendo a supponenti certezze, tortuosi aforismi ed inquietanti ‘battute’ (qualcuno pure dovrà riflettere su quanto imprudente e non necessario sia stato, per esempio, anche solo evocare, in una così acuta esasperazione pubblica, azioni di vero e proprio terrorismo, come l’inquinamento delle sorgenti) e dall’altra con la richiesta di interventi concreti, proposte, e drammatiche invocazioni di aiuto. Due mondi distanti, che parevano – solo a tratti – convergere sulla fideistica attesa di un ‘miracolo’ del Commissario straordinario De Gennaro, intanto che, laicamente, Salzarulo si toccava facendo gli scongiuri.
E mentre i primi concreti segnali confermano l’amara impressione che nemmeno lui, De Gennaro, sembra in grado di fare ‘miracoli’, e il Cardinale Sepe, a Napoli, più plausibilmente espone le sacre reliquie del miracoloso taumaturgo, ed affida a San Gennaro, e alla Divina Provvidenza, la città, la regione e le sue sofferenze, nessuno sembra prendere veramente sul serio la pluriennale emergenza della monnezza.
Nessuno che, qui ed ora, (cancellando recriminazioni e polemiche sul non fatto e azzerando il mal fatto e l’inutilmente fatto) decida di progettare daccapo!, il ciclo dei rifiuti in Campania. Anche adottando soluzioni drastiche, misure eccezionali (con l’intervento dei pompieri, dei marines, dell’aviazione, se necessario…), ma finalmente con un percorso innovativo, utilizzando da subito i progressi che la tecnologia e la ricerca hanno acquisito. Possibile che, dopo aver bruciato qualche miliardo di euro e una camionata di commissari di governo) dobbiamo essere ancora prigionieri della perversa logica del ‘massimo ribasso’? Che dobbiamo invocare come un sogno impossibile impianti e cicli di lavorazione di trent’anni fa (già datati ed obsoleti prima di essere, fra chissà quanti anni, realizzati da noi)? Possibile che non ci ha insegnato nulla la sconvolgente esperienza di una industrializzazione pre e post sismica, spesso una vera e propria rottamazione (pagata a caro prezzo) di vecchi impianti dismessi nel Nord?
Mentre si avvia senz’altro all’estero (e ci costerebbe sempre meno) la produzione di rifiuti giacente e quella giornalmente prodotta, siamo in grado di localizzare e realizzare in un anno, diciotto mesi al massimo, nelle aree già impegnate ed eventualmente bonificate, non nuove discariche (sulle vecchie), ma impianti moderni, come quelli di cui si favoleggia in Svizzera e Germania, quelli che trasformano i nostri rifiuti in energia elettrica, che noi poi spudoratamente ricompriamo?
Ci deve proprio essere qualcosa che non va, se ancora ci ostiniamo a chiamare ‘miracoli’, cose che altrove si realizzano quotidianamente da decenni; cose che sembrano a portata di mano nella vicina e decorosa Salerno. Ed ora persino Michele Langastro annuncia la realizzazione di un impianto di compostaggio in un’area (per ora innominata) della Comunità montana Serinese-solofrana (nessuno sapeva, fino a ieri, che i pochi comuni ‘virtuosi’ erano costretti a trasferire l’umido a Catania?).
Certo se il Piddì (Bassolino, Iervolino e De Mita, innanzitutto, ciascuno con le sue certezze ed i suoi tormenti) e poi tutti gli altri (sottoposti, commissari, subcommissari, attendenti e caporali di giornata del circo politico-burocratico regionale e provinciale) facessero un severo esame di coscienza, prendessero finalmente atto del loro fallimento politico, si facessero da parte, lasciassero a chi sa la gestione de rifiuti -senza condizionamenti e senza compromessi- forse sarebbe anche più facile chiedere ed ottenere da popolazioni esasperate (da tre lustri di endemica emergenza e da laceranti guerre tra poveri) comportamenti responsabili e persino sacrifici, anche di fronte a scelte che apparissero, e fossero realmente, dolorose.
Il guaio è che le legittime preoccupazioni per l’ambiente, per la salute, per l’ordine pubblico degli amministratori locali (anche quelli del Piddì) che si manifestano con serietà di proposta e lucidità di argomenti, sono puntualmente invischiate nei poco lungimiranti vaticini di una classe politica aliena, che mentre si accanisce sulla gestione del potere, si esercita mestamente nelle inconcludenti liturgie di un debole ed incerto pensiero.
Chi ha inventato ed ‘amministrato’ i consorzi (che De Gennaro voleva cancellare, e dei quali già non parla più); chi ha gestito tutte le emergenze in un groviglio, pressochè inestricabile, di dispacci ed ordinanze, in una straripante e sconclusionata ammuina; chi, sia pure in buona fede, o per quieto vivere, o per mediocri convenienze, ha concorso a realizzare e ad alimentare un sistema di compromessi e clientele, non si può candidare a gestire il futuro, non può giocare a scaricabarile con le proprie responsabilità e la propria coscienza.
Ma anche chi fa finta di nulla (e aspetta che passi la bufera), chi non si è mai ‘sporcato le mani’, chi era altrove, chi ha spiegato che erano sempre gli altri ad avere torto, eviti per favore, in quest’ora drammatica della nostra terra irpina, di dare lezioni e stilare pagelle. Almeno, per rispetto di ciò che è stato (e che non è più), riscopra la virtù del silenzio. Tacere (e vergognarsi, almeno un po’) qualche volta può essere addirittura una prova di onestà intellettuale e di lungimirante saggezza. Che il desaparecido segretario Iannuzzi voglia cominciare da qui?…
Vengo dopo il Piddì
“Potrei anche allearmi col Piddì”: ha dichiarato con una incredibile piroetta il cavalier Berlusconi, mentre ammainava la bandiera di ‘Forza Italia’ (un marchio evidentemente un po’ blasè) per spiegare al vento quella, seminuova di zecca, del Po[po]lo della libertà. In attesa di una assai probabile precisazione ‘a babbo morto’, tanto il sasso lanciato nella piccionaia ha già prodotto tutti gli effetti (di sorpresa dei puri, di smarcamento da alleati sempre più scomodi, di spariglio di giochi che parevano già fatti), proviamo ad anticipare qualche sommessa riflessione.
Ex post, dopo aver smaltito, a fatica, la sbornia di otto milioni di uomini (che marciano festosamente contro Prodi) e che si aggiungono ai cinque delle falangi veltroniane, tutto appare improvvisamente più chiaro, e di questo non si può che dare atto al Cavaliere di Arcore, che almeno ha il dono della franchezza, fino alla brutalità.
Troppo simili, troppo complementari, troppo… tutto, Veltroni e Berlusconi, insieme, hanno fatto 13 (milioni di Euro), disegnando la vera novità della politica italiana delle due repubbliche ed innescando reazioni difficilmente controllabili.
Si delinea, ancora confusamente in verità, ma in via di rapida chiarificazione, il progetto di un grande contenitore ‘unico’, che si potrebbe chiamare, per esempio, “Partito del Popolo delle libertà democratiche” (Pipì Lidè, che non dovrebbe dispiacere agli ex popolari), oppure “Partito democratico del popolo” (Pidipì, che strizzerebbe l’occhio alle sinistre), o piuttosto “Partito democratico delle Libertà” (Pidilì, più rassicurante e ‘gentile’ e che perciò suggerirei per intercettare il voto ‘moderato’, che non guasta mai).
Nessun dubbio per il leader: Silter Berveltroni, mi pare che andrebbe benissimo.
Orwell, mi perdoni sir Gorge, aveva parlato, di un solo ‘grande fratello’: Berlusconi e Veltroni, che fanno le cose veramente in grande (mica sono veltrini o berluschini suvvia) ne fanno almeno due. Sarebbe interessante, fino all’inquietudine, segnalare le ‘analogie’ del regime orwelliano con gli sviluppi in atto. Ma poichè non è il caso di prendere tutti troppo sul serio, mi piace immaginare i neodioscuri sottobraccio che sfumano sulle note di Via col vento. Con la signora Vittoria nel ruolo di Rossella ‘O Hara e la signora Flavia nella parte di Mami, mentre partono -a reti unificate Raiset- i consigli per gli acquisti.
Riusciranno la politica (e la società e l’economia) italiana a venire a capo di una matassa così aggrovigliata di interessi (passivi), di mutui ‘derivati’, di presidenti condannati, (coraggio Rosanna e Gino) e di partiti che si fanno e si disfano, in una notte, sulle convenienze del momento? Nella disinvolta ammuina di queste ore, mentre anche i piccoli Fini e Casini e persino Marini (mica sono Foni, Casoni, o persino Maroni suvvia) si interrogano candidamente sul presente, sorpresi al ‘centro’ dal sol dell’avvenire, non si può che salutare con qualche sollievo, la ‘necessità‘ dello spariglio Berlusconiano.
Alla fine di ogni pochade (come già nel teatro antico) un deus ex machina realizza il colpo di scena: intervento necessario, che serve a mettere ognuno al suo posto.
E poi cala la tela e tutti tornano… a casa.
Parte civile contro Bassolino
Con delibera n. 166 del 14 novembre 2007 (il 10 settembre avevo ‘interrogato’ il sindaco Laurenzano, che dopo quasi due mesi rispondeva con un foglietto ‘anonimo’: si, forse, non so, vedremo…) la Giunta Municipale di Atripalda prende atto (un po’ a malincuore) di doversi costituire parte civile nel procedimento giudiziario “a carico di Romiti Pier Giorgio + 27″. Tra i quali, come si sa, svetta il presidente Antonio Bassolino, nella qualità di commissario di governo per l’emergenza rifiuti. Una incredibile vicenda di ritardi e di sprechi nella quale il Comune di Atripalda è ‘parte lesa’.
Per la Giunta di Atripalda era poco più (o poco meno) di un atto ‘dovuto’. Ma si trattava di adottare, in ogni caso, un provvedimento ‘sgradito’. Difficile spiegare altrimenti perchè al deliberato non sia stata data alcuna pubblicità, per non parlare, poi, della affannosa corsa contro il tempo per la nomina del legale, formalizzata dal sindaco solo venerdì 23 novembre, in zona Cesarini, (per la prevista ‘costituzione di parte civile’ a Napoli, nella mattinata di lunedì 26).
Ma ancora più interessante appare l’assenza simultanea (e perciò sospetta) di tutti e tre gli assessori di ‘provenienza’ diessina: Landi e Palladino (oggi, a quanto pare felicemente, nel misterioso contenitore del Piddì) e Adamo, approdato in solitudine alla Sinistra Democratica.
Un altro esplicito distinguo nel Piddì di Atripalda (dopo quello a metà, sull’infelice nomina familiare della professoressa Noce a collaboratrice tuttofare di sindaco e giunta) che appanna la facciata di una coabitazione serena nella ‘maggioranza’ che, anche nelle dichiarazioni ufficiali, si presenta incerta e politicamente fragile, ed in una parola, senza identità. Pronti a convergere sui ‘contenuti’ (che ancora non ci sono) ed a distinguersi sulle questioni di ‘principio’, i ‘pieddini’ di Atripalda sembrano finalmente pronti ad affrontare anche la progressiva emarginazione di Ciriaco De Mita dalla politica che ‘conta’, mentre sulla scena provinciale si insedia la vorace ritrosia della De Mita dinasty (e vedremo con quali esiti).
Intanto molti, più o meno alla spicciolata, precostituiscono i ‘distinguo’ di chi ‘lo aveva detto’. Lo ha fatto, con qualche contraddizione, anche Salvatore Antonacci, e con più chiara consapevolezza politica Enzo Aquino e Federico Alvino: compagni, ex compagni ed amici che Alberta De Simone non esita a sacrificare, con disinvolto cinismo, al ‘nuovo’ che avanza.
Il sindaco Laurenzano, dal canto suo, non si è fatto sfuggire l’occasione, ed ha dichiarato che “l’assemblea costituente regionale del PD ha scritto una brutta pagina”, attribuendo, poi, con serafico candore, al “tempo tiranno” i ritardi organizzativi e i dubbi amletici sul “come costituire una nuova dirigenza” pieddina ad Atripalda (dubbi che sembrano tormentare anche Tomasetti… ma non vi date pensiero perchè tanto decide Alberta).
Rimane ovviamente oscuro, ed altrimenti ignoto, il contributo di Laurenzano al dibattito in corso, eccezion fatta per la sorprendente confessione, nella pubblica assemblea di domenica, di ‘sentirsi solo’. Una disperata, e solitaria, presa di coscienza delle trappole e dei trabocchetti che si annidano anche nelle pieghe più insospettabili della vita cittadina.
Ma bando alle ciance ed ai malumori degli increduli, il Piddì, anche ad Atripalda, va. Solo che ancora non ha capito dove.
Sulle primarie del Piddì ad Atripalda
Nasce male il Piddì ad Atripalda e -se possibile- anche peggio di come qualche rappezzo dell’ultima ora aveva lasciato credere. Un ‘evento’, quello delle cosiddette ‘primarie’, vissuto senza entusiasmo e senza passione, nel quale tatticismi ed opportunismi hanno cancellato anche qualche refolo di buona fede e di speranza.
Tutti contro tutti: la ‘vecchia guardia’ diessina in evidente disagio, e che finisce per rifugiarsi nelle schede bianche e nulle (o per rinforzare le file dei ‘coraggiosi’, per sottolineare il suo ‘dissenso’ verso De Simone e Paris); la rappresentanza del circolo Civitas che deve digerire un Laurenzano pigliatutto, e porta a casa un’esile dotazione di consensi per Sena (e De Mita senior) che i “conti” se li fanno (eccome se li fanno)… a memoria.
Una domenica assai poco memorabile per i “pieddini” atripaldesi, il 14 ottobre, che saluta l’esordio di una giovane, ma già scaltra abbastanza, Valentina Paris (che gli accordi tra i ‘potenti’ proiettano sulla scena politica) e i mal di pancia di uno sparuto manipolo di ex giovanotti rampanti, transitati per la Margherita. Fino ad ieri erano stati condotti per mano e, perciò, con ingenua supponenza, si erano convinti di aver imparato a camminare da soli: ‘pedine’, più o meno ignare, di un gioco più grande di loro.
La resa dei conti
Mentre nel Piddì (anche nel Piddì irpino) si va delineando una prevedibile resa dei conti (in Irpinia, la più dura da almeno 40 anni a questa parte), si affaccia in un contesto non ancora decifrabile una delle prime sostanziose riflessioni ‘politiche’ dopo la celebre proposizione di Manlio Rossi Doria, “dell’osso e della polpa”, manifesto-metafora della necessità di un ‘riequilibrio’ a favore delle zone interne.
Parliamo naturalmente del ‘piano strategico’ della Città di Avellino, sul quale con una accelerazione improvvisa (ed opportuna, per la verità) prova a misurarsi la classe dirigente provinciale (nelle sue espressioni, politiche, sindacali, imprenditoriali, dei servizi e chi più ne ha, più ne metta).
Sia consentita una sommessa considerazione preliminare. Nonostante i ripetuti ed inascoltati richiami dell’assessore regionale De Luca (inascoltato, da chi evidentemente continuava ad invocare le solite, inappellabili, scelte monocratiche), l’Irpinia sembra arrivare ancora una volta in affanno all’appuntamento con una programmazione concertata dei fondi europei. Speriamo non in ritardo, e su decisioni già prese, in un treno in corsa che, a quanto si dice, potrebbe anche essere l’ultimo. Insomma, anche le autorevoli riflessioni estive ed autunnali di Ciriaco De Mita rischiano, al di là della qualità del contributo, di provocare solo un diffuso chiacchiericcio che fa fatica ad assumere ‘dignità‘ di dibattito (contributo che, in ogni caso, pare almeno ‘tardivo’, per chi ha gestito, fino ad oggi, le sorti della provincia in regime di monopolio).
Ma tant’è. Svegliati all’improvviso dal torpore dogmatico e dalla speranza salvifica nelle “magnifiche sorti e progressive” promesse dal Piddì, ci ritroviamo con una classe politica incerta e soprattutto in evidente crisi identitaria e di leadership. Circostanze che, combinate con le ingenti risorse destinate alla Campania (15 miliardi di Euro all’Irpinia), possono innescare effetti incontrollabili, mentre evocano la tormentata gestione dei fondi della ricostruzione post-sismica.
Peraltro l’inedito, ed altrimenti ignoto, attivismo ‘politico’ del sindaco Galasso, insieme alla sostanziale marginalizzazione dei paesi dell’hinterland (a cui si impone una mortificante afasia) sono segnali di pessimo auspicio per l’Irpinia prossima ventura.
Insomma, dalle brucianti accelerazioni del dibattito, nei giorni scorsi, più che indicazioni ‘strategiche” sullo sviluppo della provincia irpina, si ricava la sola, poco entusiasmante, impressione di una corsa al posizionamento ‘tattico’, che si immiserisce intorno ad una inattuale e miope logica Avellinocentrica e dei suoi presunti “punti archimedici”. E mentre Mercogliano sembra in grado di difendere un suo ruolo di nicchia, per Atripalda, Montefredane, Manocalzati, San Potito, Sorbo, Cesinali, Aiello, Parolise, Salza ecc. sembra aprirsi solo un’aspra contesa sulla destinazione delle ‘briciole’, che lascia a queste comunità pochi spiccioli e funzioni marginali, quando non le condanna al ruolo di malsane periferie urbane.
Il guaio è che, a fronte di una prospettiva così poco incoraggiante, si assiste a fragili, per quanto necessarie ‘obiezioni’ individuali, senza un articolato progetto comune, un’idea, una prospettiva che non sia la solita e triste guerra tra i ‘poveri’.
Mentre appare utile la riflessione sul ruolo di un capoluogo di provincia, che da due secoli si interroga e si tormenta sulle ‘occasioni storiche’ malinconicamente mancate, si intravede, insomma, un scontro epocale sulla ‘gestione’ delle risorse, sul chi e dove, più che intorno ad una piano ‘strategico’ di largo respiro. In questo contesto i quattro capponi di Renzo continueranno furiosamente a beccarsi, mentre la pentola al fuoco ne ha già segnato il destino.
Nel tentativo (beninteso legittimo) di trovare finalmente un ruolo alla città di Avellino, città dello spettacolo, città dei ‘servizi’, città del terziario, si smarrisce il senso, l’orgoglio e l’appartenenza ad una piccola comunità come quella Irpina, di poco più di quattrocentomila abitanti, che rischia di logorarsi ed inacerbirsi nello sterile ed improduttivo gioco al massacro di ‘periferie’ che generano ‘periferie’.
Frantumati troppo presto i sogni (e per alcuni le speranze) di un Piddì in grado di misurarsi, ad Avellino ed altrove, sullo sviluppo (su questo era stata impostata, per esempio, la già lontana campagna elettorale di Atripalda, con il poscritto della accorata ‘invocazione’ ai ‘potenti’ di questa nostra terra: “non ci abbandonate”) preoccupa la desolata solitudine e la sostanziale ininfluenza della città sul Sabato ai tavoli che contano.
Il sindaco Laurenzano avrebbe ancora la possibilità, con uno scatto di orgoglio, di chiamare tutte le forze cittadine (culturali, economiche, imprenditoriali, politiche) a sostenerlo in un confronto alto, senza pregiudiziali e vincoli di appartenenza, in una delle fasi più difficili della storia degli ultimi decenni. Sarebbe il primo segnale (altri ne dovrebbero venire) di una esperienza che, nata per meschine rivendicazioni di ruolo, potrebbe trovare una possibile occasione di riscatto.
Partito Democratico …Avventatamente
Avventatamente archiviata l’ennesima speranza di un ‘centro politico’, che nella Margherita aveva raccolto gran parte della diaspora del PPI, il 14 ottobre prossimo si consuma la definitiva liquidazione, nel Piddì, del patrimonio di idee e di valori dei cattolici democratici italiani.
Il Circolo “Don Luigi Sturzo” di Atripalda aveva denunciato da tempo (sin dall’ottobre del 2004, e da ultimo in un documento del 22 aprile scorso) la deriva strisciante di un dibattito politico che era stato “imprigionato in un meccanismo ineluttabile e coercitivo”. Un percorso che oggi frettolosamente si compie, avallando, nel contenitore desolatamente vuoto del Piddì, (tra distinguo, posizionamenti tattici e qualche mediocre convenienza) un nuovo camuffamento post comunista.
Un partito, il Piddì, che affida la presunta selezione della sua classe dirigente ad un farraginoso meccanismo elettorale, che ha già dato ampia prova della sua inefficienza e della assenza di ogni garanzia, con liste escluse e riammesse, con colpi di mano e colpi bassi, ma che disinvoltamente ricorre alle liste ‘bloccate’ che tutti -a parole- detestano, negazione dell’idea stessa delle cosiddette ‘primarie’.
Non so cosa potrà essere il Piddì in altre realtà italiane. Sento parlare di riforme, di innovazione, di speranza… in un contesto messianico che promette -un giorno sì ed un giorno no- se non il rinnovamento delle classi dirigenti (ostentata e logora bandiera di chi non rinnoverà mai un bel nulla), almeno il rinnovamento dei metodi e della politica.
Vedo, invece, come il ‘nuovo’ si è andato rabberciando in Campania (prevalentemente nell’area veltroniana): una feroce guerra per bande che annulla anche qualche traccia residua di pensiero e di buona fede, mentre sottoposti e cucinieri si dannano a spiegare che sbagliano sempre… gli altri. Non parlo del vecchio leone ferito (e persino umiliato): e che, nonostante tutto, mi sembra ancora tra le cose migliori che offra la ‘piazza’ politica regionale. Parlo -mi si perdoni la franchezza- di una classe politica, di fresca nomina ed incerto destino, cresciuta alla sua ombra, svezzata nell’ovatta dei favori, cinica e supponente, come chi vive nella certezza del privilegio e dell’impunità.
Con la triste parabola del Piddi si esaurisce definitivamente la esaltante stagione politica nella quale la sinistra di base di Sullo, De Mita, Bianco e Mancino (e poi Gargani e Zecchino), avevano realizzato in Irpinia una speranza di riscatto ed anche un solido sistema di potere. Anche Gianfranco Rotondi (frutto tardivo della lezione sulliana) si è formato all’interno di quella storia, ma ha preso lucidamente atto, per tempo, di dover cambiare aria e compagni. Esule politico (e qualche volta ‘prigioniero’), ma tanto intelligente da capire di dover giocare in proprio, mentre mosche cocchiere e fastidiosi muschilli si aggiravano nei giardini e nelle stanze (pardon, nelle anticamere) dei ‘potenti’. (Con qualche rara e nobile eccezione, anche gli epigoni senza qualità del grande Partito Comunista Italiano).
Auguri, a chi della estinta Margherita, cristiana, riformista, popolare, si mette in marcia verso un pallido “sol dell’avvenire”, in buona fede e limpidezza di cuore.
A me, il Piddi -con tutto il rispetto- continua a sembrare una colossale fregatura.
Intervista preelettorale
Per 15 giorni è stato indicato a sindaco dalla Margherita, oggi è il capolista della “civica” guidata da Arturo Iaione: cosa è successo?
Il circolo “don Luigi Sturzo” si è caratterizzato per essere una espressione di moderazione e di equilibrio, il “centro” della vita politica cittadina ; questa è la sua storia e la sua “ragione sociale”.
Che io rappresentassi ed esprimessi la sintesi di questo circolo era noto, com’era altrettanto noto che io fossi un uomo del centro ed in questa veste la Margherita mi ha proposto alla carica di Sindaco in una alleanza di centro-sinistra. Veti incrociati e concertati con qualche ambizione personale poi emersa in piena luce hanno poi bloccato il passo non solo alla proposta di candidatura, ma anche e soprattutto al progetto politico di un “centro” visibile. Nel momento in cui la Margherita ha rinunciato ad una prospettiva di moderazione, ed ha accettato di con-fondersi in un contenitore di sinistra destinato ad essere egemonizzato dal Ds, insieme a Gerardo Capaldo ed a molti altri amici, abbiamo ritenuto di non dover rinunciare ad una storia fatta di coerenza personale e politica.
Il ruolo di n. 2 è una diminuzione per lei?
Vivo intensamente la vita politica di Atripalda: l’ho fatto sempre con grande umiltà, con una attenzione vera ai problemi generali e non a quelli particolari, riguardassero anche la mia persona. In questa occasione, insieme a molti amici del circolo, abbiamo inteso rafforzare la realizzazione di un progetto, e lo abbiamo chiamato “laboratorio”. Ma non abbiamo fatto questione di ruoli ed io non mi sento affatto diminuito, anzi sono onorato di concorrere, come capolista, alla realizzazione di questo progetto, e di rafforzarlo per quello che mi è possibile, in questa competizione elettorale, ma anche in contesti più ampi se è necessario.
Il capolista sarà, eventualmente, il futuro vicesindaco?
Debbo immaginare che gli amici che hanno concorso a costruire questa nuova prospettiva politica, abbiano ritenuto che la mia storia personale potesse individuare un punto di sintesi utile alla realizzazione degli obiettivi di equilibrio e di sana amministrazione che ci siamo posti. Sono stato indicato per questo, ed il Circolo “Don Luigi Sturzo” ha voluto concorrere a questo progetto in maniera visibile, esplicita, senza camuffamenti, anche per offrire un punto di riferimento a chi in questi anni si è sentito a disagio in altri contesti. Decideremo insieme uomini e ‘funzioni’ capaci di rappresentare al meglio la ‘novità‘ e i ‘valori’ della nostra proposta.
Non teme, dunque, scollamenti?
Ho visto in questa occasione l’entusiasmo e la disponibilità di chi si trova a proprio agio in un percorso coerente e con amici di viaggio con i quali sa di condividere valori e storie profonde. è evidente che scelte recenti, ma la storia stessa della politica italiana negli ultimi quindici anni, hanno orientato i moderati verso polarizzazioni forzose del confronto politico. Noi riteniamo che la politica italiana debba provare a liberarsi da questi equivoci ed immaginare convergenze coerenti, non dettate dalla necessità coatta di stare per forza o di qua o di là.
Quali sono i temi di questa campagna elettorale?
Amministrare questa città, con dedizione, con passione civile, con attenzione al quotidiano per ricreare fra i cittadini il senso di appartenenza ad una comunità solidale. Ho sentito tanti elettori in questi giorni, ci chiedono cose semplici: gli anziani vogliono le panchine in piazza, i giovani chiedono luoghi di aggregazione. Non strutture burocratiche. La consulta giovanile, per esempio il problema non era appuntarsi al petto una medaglietta, ma far funzionare un organismo che si è rivelato farraginoso e deludente per gli stessi giovani che vi si erano impegnati. Non voglio dare responsabilità a nessuno, ma è mancata la presa d’atto che il meccanismo era insufficiente e il risultato inefficace. Le periferie si sentono abbandonate, manca una ordinaria manutenzione della viabilità rurale.E’ necessario passare dalle enunciazioni ad una valorizzazione non effimera del patrimonio storico-artistico; occorre ripensare la ‘funzione’ del fiume Sabato, che nella storia della nostra città ha avuto un ruolo economico di primo livello, mentre oggi viene vissuto come un problema e un disagio. Naturalmente tutto questo si realizza attraverso una pianificazione strategica del territorio urbano, delle risorse, delle attività commerciali e produttive che deve realizzare un contesto capace di attrarre investimenti ed iniziative culturali e formative di alto profilo. Riteniamo che chi amministra questa città la debba vivere giorno per giorno con dedizione ed impegno civico.
Rispetto all’Amministrazione Rega come Margherita non avete mai formulato un giudizio pieno: oggi ritenete di poterlo fare?
Abbiamo sempre sollecitato l’Amministrazione Rega ad essere presente ed incisiva, lamentando spesso ingiustificate latitanze e rinvii. I cittadini soprattutto hanno percepito un deficit di progettualità, una sorta di inerzia, solo qualche volta contraddetta da un iperattivismo fine a se stesso: lunghe pause e improvvise rincorse.
Abbiamo avuto l’impressione che spesso l’Amministrazione si sia barricata in un meccanismo autoreferenziale e sia stata incapace di un colloquio vero con le forze politiche e la cittadinanza e sicuramente per molto tempo il dialogo con la Margherita è stato frammentario, fino all’afasia ed al silenzio. E tuttavia non abbiamo mai fatto mancare il nostro contributo, e la nostra sollecitazione. La Rega ha voluto attribuire queste lentezze alle difficoltà politiche, non meglio precisate ; di certo noi non abbiamo mai intralciato il lavoro degli amministratori ; invece dall’interno del Diesse sono venuti ostacoli ed incertezze, fughe in avanti e precipitosi dietro-front. E che dire dei ‘processi politici’al sindaco Rega che oggi viene, per convenienza elettorale, ‘beatificata’ ? Sono comportamenti che abbiamo definito inaffidabili ed anche sleali.
Che c’è dall’altra parte?
Una lista politicamente sbiadita nella componente che per comodità insiste a definirsi centrista, fragile sul piano amministrativo; una lista che si caratterizza per il visibile, vistoso e determinante apporto maggioritario dei Diesse e dei partiti della sinistra.
E Laurenzano?
Gli auguro buona fortuna, nel Partito democratico… ma… conoscendone gli sbalzi di umore… no, per favore non lo scriva… scriva solo che gli auguro buona fortuna.
Chi vincerà?
Dovrei dire la lista “Al Centro per Atripalda”, ma per scaramanzia… incrocio le dita.
Intervento del 6 maggio 2007
Cari amici,
so bene che a me, oggi, si chiede un chiarimento politico: da me si vuole una risposta chiara ai perchè che in questi giorni hanno incuriosito alcuni e forse preoccupato qualche altro.
Chi mi conosce sa che non sono abituato a sottrarmi… e non lo farò in questa occasione.
Una premessa: avevo più volte messo in guardia amici ed avversari sulle insidie di una campagna elettorale lunga e sono stato purtroppo facile profeta. Oggi dobbiamo registrare che in un contesto politicamente incerto di ambizioni smodate, assi pigliatutto, trappole e trappoloni si consuma una delle pagine meno limpide della politica cittadina… in nome di un futuro che già si annuncia, a sinistra, più incerto del già deludente recente passato…
E sorprende, vedete, più della scelta di tanti amici del Circolo Don Luigi Sturzo, la folgorazione improvvisa di tanti democratici dell’ultim’ora che, sulla via di Damasco di un Partito cosiddetto democratico, si sciolgono in un contenitore senza contenuto, nel quale si annacqua anche qualche superstite buona intenzione. A questa deriva strisciante abbiamo detto no, a chi ci voleva solo come portatori d’acqua (e di consensi) con una protervia ed un’arroganza senza storia e senza qualità.
Cari amici,
noi non abbiamo mai lasciato il ‘centro’ ecco perchè abbiamo concorso alla lista Al Centro per Atripalda: è la nostra storia personale, la rappresentazione dei nostri valori: era questa la ragione profonda sulla quale avevamo chiamato a raccolta nel Circolo Don Luigi Sturzo, le espressioni politiche del cattolicesimo democratico che sembravano destinate alla marginalità o alla diaspora.
Qualcuno non lo aveva capito?
Oggi concorriamo con la passione del nostro impegno politico ad un a nuova stagione civile: in questa competizione amministrativa vogliamo esserci con il rigore, l’intelligenza, le idee di chi, insieme a tanti altri amici, disegna un nuovo cammino di equilibrio, moderazione, sana gestione della cosa pubblica, attenzione ed amore per una Città, che è apparsa trascurata, inerte, incapace di speranza.
Vorrei concludere con una nota personale: in queste settimane di confusa ed incerta vigilia, hanno vacillato tante certezze, tante solidarietà, tante amicizie e sono stati giorni di riflessione e di scelte. Di fronte alle lusinghe proterve, alle convenienze, ai consigli… ho scelto, abbiamo scelto, tanti insieme a noi, la strada del rigore e della coerenza. L’unica che conosciamo. E’ questo percorso politico, quella dell’impegno, della passione, delle idee che sanno tradursi con sobrietà ed efficacia nella concreta pratica di governo, l’unico per il quale crediamo che valga veramente la pena di impegnare tempo, energia, intelligenza. Per vincere anche ad Atripalda, insieme a tutte le forze lealmente disponibili, la sfida della modernità ed del cambiamento.
Viva Atripalda
Documento politico
Mentre l’esperienza politica della Margherita si consuma nell’afasia di un dibattito astratto e tortuoso, i sottoscritti soci e simpatizzanti del Circolo “Don Luigi Sturzo” di Atripalda ritengono non più rinviabile l’assunzione di scelte chiare e coerenti, sviluppando la riflessione già avviata in un documento del 29 ottobre del 2004. In questi ultimi mesi il confronto, dentro e fuori il partito, è stato imprigionato in un meccanismo ineluttabile e coercitivo, ed ha indugiato più nella precostituita -e già decisa- affermazione di un ‘pensiero unico’, che nella ricerca e nella discussione di contenuti, progetti, idee. Le poche voci che hanno invitato alla riflessione, nel coro di diffuso ed ingiustificato ottimismo, (la più seria ed autorevole quella di Ciriaco De Mita) sono apparse incapaci di incidere significativamente, anche in Irpinia, sul percorso in atto e sembrano destinate ad una nobile ma inascoltata testimonianza, oltre che ad una lenta, ma inesorabile deriva. Il progetto è tanto più incerto e contraddittorio perchè incapace di una sintesi credibile dalle grandi sfide dell’umanità (sui temi della vita, dell’economia, dell’ambiente, della famiglia), alle più concrete e contingenti (ed altrettanto insidiose) inconciliabilità ‘pratiche’ che nessuno spiega come potranno essere risolte (su tutte la collocazione europea).
Sulla base di tale premessa i sottoscritti soci e simpatizzanti del Circolo “Don Luigi Sturzo” di Atripalda ritengono storicamente e politicamente prematura e tatticamente inopportuna ed improvvida la con-fusione di esperienze e storie che hanno arricchito la vicenda politica italiana ed europea costituendone la specificità fanno appello ai giovani, alle donne ed agli uomini ‘liberi e forti’ che non intendono rinunciare ad un patrimonio di valori (quelli del cattolicesimo democratico, del popolarismo, del riformismo moderato) dispersi e dissolti in un contenitore senza identità decidono di costituirsi sin d’ora in un gruppo di impegno politico e di assumere ogni ulteriore iniziativa affinchè il Circolo “Don Luigi Sturzo” ribadisca e confermi le sue originarie finalità e, con le opportune modifiche statutarie, rinunzi al sostegno alla Margherita che si scioglie nel Partito Democratico; decidono, inoltre, di concorrere alla definizione di un nuovo Centro politico, nel quale possano ritrovarsi, al di là delle convenienze immediate, quanti condividono un patrimonio ideale e politico, frettolosamente liquidato e nutrono la consapevole certezza di poter concorrere ad una nuova straordinaria stagione di libertà e di democrazia.